Negli anni successivi alla fine della Grande Guerra il movimento operaio conosce in Europa delle fortissime accelerazioni. La Russia bolscevica ha in questo panorama un ruolo se non di guida, quantomeno di riferimento e di necessario termine di confronto per i partiti comunisti europei. Lenin scrive quindi dalla prospettiva di chi vuole descrivere e analizzare l’esperienza rivoluzionaria russa, perché crede che questa analisi possa aiutare i comunisti degli altri paesi nella scelta delle tattiche politiche da adottare.

Nel dibattito interno all’Internazionale la critica all’opportunismo e al carrierismo diffusi in molti partiti socialdemocratici europei riveste sempre un ruolo centrale. Tuttavia Lenin scrive L’Estremismo per criticare un’altra impostazione per lui errata, che definisce appunto “estremista” o “di sinistra”, di cui sono fautori principali alcuni comunisti in Olanda e in Germania. La concezione che Lenin chiama estremista è quella che di principio rifiuta qualsiasi tipo di tattica che non si allinei con i principi del comunismo nella loro purezza. È la concezione che fa del “Nessun compromesso” la propria parola d’ordine, che oppone all’organizzazione di partito la dicotomia tra il “partito dei capi” e il “partito delle masse”. È la concezione che rifiuta a priori l’adesione a un sindacato riformista o la partecipazione a un parlamento borghese.

Lenin critica queste posizioni, definendole puerili, in quanto privano irragionevolmente e rigidamente il proletariato di mezzi che se usati correttamente possono contribuire a un avanzamento rivoluzionario. Le principali argomentazioni si basano sulla ragione degli eventi: Lenin accompagna costantemente le sue osservazioni tattiche con esempi tratti dalla storia del partito bolscevico e della rivoluzione russa.

L’esempio del partito bolscevico è in questo senso contagioso e pieno di lezioni fondamentali, a patto che le si comprenda e si sia in grado di contestualizzarle. Con “L’Estremismo” viene messo a tema da Lenin una delle grandi differenze tra il processo rivoluzionario avvenuto in Russia e quello nel resto dell’Europa. Il giovane proletariato russo ha dovuto affrontare mille difficoltà: l’arretratezza dell’economia, lo zarismo, la guerra civile. Tuttavia è una classe relativamente giovane, priva dei pregiudizi riformisti che hanno già permeato ampi strati del proletariato nei paesi capitalisticamente avanzati. Il proletariato russo compie un balzo direttamente dallo zarismo alla rivoluzione socialista, senza avere modo di consolidare organizzazioni rifomiste di massa o una tradizione di “parlamentarismo borghese”. Per parafrasare Lenin: in Russia è stato più facile prendere il potere, ma sarà più difficile mantenerlo. Nel resto d’Europa, al contrario, risulta più difficile la rottura rivoluzionaria iniziale, mentre sarebbe più facile dare vita al socialismo.

Per questo nell’Europa capitalisticamente avanzata, già dopo la prima guerra mondiale, la tattica dei comunisti “per conquistare la maggioranza” dei lavoratori non può non tener presente l’esistenza di organizzazioni riformiste tradizionali e di ampi pregiudizi democratico-borghesi tra i lavoratori.

Al di là delle legittime speculazioni sulla correttezza storica delle argomentazioni di Lenin, ci sentiamo di poter trarre un insegnamento chiaro da questo libro. Un’organizzazione rivoluzionaria non può prescindere da un ragionamento serio sulla tattica da adottare per rivolgersi ad ampi settori del proletariato, anche quando questo significa discutere e rapportarsi con la base di organizzazioni riformiste o sindacati burocratici che per vari motivi si ritrovano ad essere più vicini alla classe e da questa più accessibili.

Una tattica che non si interroga sull’opportunità di avvicinare il nemico, incalzarlo, smascherarlo, non può essere definita una tattica: è soltanto un dogma, una stolta regola generale, una puerile presa di posizione.