Gli “estremisti” cui Lenin indirizza il libro danno una convinta risposta negativa alla domanda posta in questo capitolo. La ragione che adducono è abbastanza chiara: non si può lavorare alla rivoluzione collaborando con organi corporativisti e reazionari.

Lenin si pone in contrasto con questa visione, accusandola di semplicismo. Non si tratta costruire la rivoluzione a partire dai sindacati, né tanto meno di sposarne l’impostazione riformista.

Partendo dall’esperienza russa, l’autore descrive come il lavoro nei sindacati sia di base uno dei metodi coi quali i comunisti possono avvicinarsi alle masse, e con loro condividere pensieri e pratiche rivoluzionarie.

È evidente che i sindacati presentino delle posizioni arretrate, e un carattere in un certo senso reazionario. Non per questo i rivoluzionari devono esimersi dal contatto con questi. Devono anzi lavorare all’interno di questi sindacati, sia in quelli riformisti che in quelli reazionari. E il motivo è semplice: in moltissimi casi i sindacati di massa sono uno dei principali strumenti tramite i quali i comunisti possono intercettare i lavoratori, discutere con loro, veicolare tra di loro i propri contenuti.

È in questo capitolo che Lenin fa una delle osservazioni chiave di tutto il libro.

Possiamo e dobbiamo cominciare a costruire il socialismo non con un materiale umano fantastico e creato appositamente da noi, ma con il materiale che il capitalismo ci ha lasciato in eredità.

Bisogna combattere contro gli opportunisti e i socialsciovinisti per portare le masse dalla nostra parte. Ma per farlo serve un modo di avvicinare la classe.

Malgrado tutto questo Lenin ritiene che i sindacati non siano sufficienti a collegarsi con le masse. Laddove la situazione lo permetta, è giusto e auspicabile che si creino organizzazioni di lavoratori genuinamente rivoluzionarie. È questa un’ulteriore esternazione della filosofia principe del libro: la tattica e il lavoro dei comunisti non si devono mai svolgere per assoluta presa di posizione, ma vanno costantemente rinnovati a seconda delle situazioni, affiancando anche metodi di lotta vari e apparentemente contraddittori.

Ed oggi, in Italia, ha senso lottare nei sindacati “moderati”? La parabola della Cgil è sotto gli occhi di tutti. La strategia è sempre e soltanto quella concertativa, quella dei tavoli, e della rinuncia a qualsiasi forma di mobilitazione dei lavoratori. Il processo di “fusione” tra apparato sindacale e istituzioni della democrazia borghese è andato molto avanti negli anni. L’ipotesi che una futura radicalizzazione di massa attraversi o meno un apparato pachidermico come la Cgil è da prendere in considerazione in maniera estremamente laica.

Quello che si può a dire attualmente è questo: fino ad oggi qualsiasi radicalizzazione di massa dei lavoratori avvenuta in Italia e in Europa ha finito per attraversare i principali sindacati di massa. Il fatto che questo sia avvenuto finora, non vuol dire che debba automaticamente avvenire in futuro. Ma prima di decretare la fine di questo processo e un distacco definitivo della classe da organizzazioni sindacali di massa con una tradizione decennale è necessario ben più di un singolo tradimento o di qualche contratto firmato al ribasso.

Il punto, oggi come nel 1920, non è quanto i vertici sindacali siano opportunisti e collusi col potere. Ovviamente non bisogna fare loro sconti da questo punto di vista: queste politiche vanno denunciate quotidianamente.

Il punto è (ed è sempre stato) se e quanto in certi casi, in certe aziende, in certe vertenze, una tattica di lotta all’interno del sindacato può portare a un innalzamento della coscienza di classe e della conflittualità dei lavoratori.

Va da sé, ed è bene dirselo di questi tempi, che Lenin scrive partendo da un assunto che in questo testo viene dato per scontato: i comunisti non intervengono dentro un sindacato per adagiarsi alla sua burocrazia né come un esercizio fine a sé stesso. L’intervento all’interno della lotta economica dei lavoratori è finalizzato a generare la coscienza tra i lavoratori della necessità della lotta politica per il superamento di questa società.

I «sinistri» tedeschi, da parte loro, considerano come cosa per loro decisa una risposta incondizionatamente negativa a questa domanda. Secondo loro, bastano le declamazioni e le esclamazioni di sdegno contro i sindacati «reazionari» e «controrivoluzionari» (ciò risulta in modo specialmente «solido» e specialmente sciocco in Karl Horner) per «dimostrare» che il lavoro dei rivoluzionari, dei comunisti nei sindacati gialli, socialsciovinisti, collaborazionisti, fautori di Legien, controrivoluzionari, è inutile e anzi inammissibile.

Ma, per quanto i «sinistri» tedeschi siano persuasi che questa tattica è rivoluzionaria, essa in realtà è fondamentalmente falsa e non è fatta di altro che di frasi vuote.

Per spiegare questo voglio incominciare con la nostra esperienza, in conformità col piano generale del presente scritto, che ha lo scopo di applicare all’Europa occidentale ciò che nella storia del bolscevismo e nella sua tattica presente è applicabile, valevole, obbligatorio per tutti i paesi.

I rapporti fra i capi, partito, classe, masse e altresì la posizione della dittatura del proletariato e del partito proletario verso i sindacati, si presentano oggi, da noi, nella seguente forma concreta: la dittatura viene realizzata dal proletariato organizzato nei Soviet e diretto dal Partito comunista dei bolscevichi che, secondo i dati dell’ultimo congresso del partito (aprile 1920) , conta 611mila iscritti. Il numero degli iscritti oscillò molto fortemente prima della Rivoluzione d’Ottobre e dopo di essa; anteriormente -anche nel 1918 e 1919 – era notevolmente minore. Noi temiamo un eccessivo aumento del partito perché in un partito che è al governo tentano inevitabilmente di insinuarsi arrivisti e avventurieri che meritano soltanto di essere fucilati. L’ultima volta abbiamo spalancato le porte del partito -soltanto agli operai e ai contadini- nei giorni (inverno 1919) in cui Judenic si trovava a poche verste da Pietrogrado e Denikin si trovava a Oriol (a circa 350 verste da Mosca) , cioè quando un pericolo disperato e mortale minacciava la Repubblica sovietica, e quando avventurieri, arrivisti e scrocconi e in generale uomini malsicuri non potevano affatto contare, unendosi ai comunisti, su una carriera vantaggiosa (ma potevano piuttosto attendersi la forca e le torture) . Il partito, che convoca ogni anno i suoi congressi (all’ultimo partecipò un delegato ogni mille iscritti), è diretto da un Comitato centrale eletto dal congresso e composto di 19 persone. Il lavoro corrente è sbrigato a Mosca da due collegi ancor più ristretti, cioè dal cosiddetto «Orgburò» (Ufficio di organizzazione) e dal «Politburò» (Ufficio politico) che vengono eletti in seduta plenaria dal Comitato centrale e sono composti ciascuno di cinque membri del Comitato centrale. Ne risulta quindi una vera e propria «oligarchia». Nella nostra repubblica nessuna importante questione politica o di organizzazione viene mai decisa da un’istituzione di Stato senza le direttive del Comitato centrale del partito.

Il partito si appoggia nel suo lavoro direttamente sui sindacati, che oggi, secondo i dati dell’ultimo congresso (aprile 1920) , contano più di 4 milioni di iscritti, e formalmente sono senza partito. Di fatto, tutti gli organi direttivi dell’immensa maggioranza delle leghe, e in prima linea del Centro o Ufficio sindacale di tutta la Russia (Consiglio Centrale dei Sindacati di tutta la Russia), sono composti di comunisti ed applicano tutte le direttive del partito. Si ha in definitiva un apparato formalmente non comunista, flessibile e relativamente ampio, molto potente, proletario, mediante il quale il partito è strettamente collegato alla classe e alle masse e attraverso il quale, sotto la direzione del partito, si realizza la dittatura della classe. Senza il più stretto contatto con i sindacati, senza il loro ardente appoggio, senza il loro lavoro pieno di abnegazione per la costruzione non soltanto economica, ma anche militare, noi non avremmo certo potuto governare il paese e realizzare la dittatura, non durante due anni, ma neppure durante due mesi. S’intende che questo strettissimo contatto implica nella pratica un lavoro molto complicato e vario: propaganda, agitazione, riunioni tempestive e frequenti, non soltanto con i dirigenti, ma anche in generale con i membri attivi e influenti dei sindacati, lotta risoluta contro i menscevichi che fino ad ora dispongono di un certo numero, benché molto piccolo, di fautori e li inducono a servirsi di tutte le possibile insidie controrivoluzionarie, a cominciare dalla difesa ideologica della democrazia (borghese) e della propaganda dell’ «indipendenza» dei sindacati (indipendenza dal potere statale proletario!), per finire con il sabotaggio della disciplina proletaria, ecc.

Noi non riteniamo sufficiente il contatto con le «masse» per mezzo dei sindacati. La pratica ha creato presso di noi, nel corso della rivoluzione, un’altra istituzione, le conferenzedi operai e contadini senza partito, che noi ci adoperiamo in tutti i modi di appoggiare, sviluppare e allargare, per seguire la disposizione d’animo della masse, avvicinarsi ad esse, rispondere ai quesiti che ci pongono, scegliere in mezzo ad esse i migliori lavoratori per i posti governativi, ecc. In uno degli ultimi decreti col quale si trasforma il Commissariato del Popolo per il Controllo statale in «Ispezione operaia e contadina», si conferisce a taliconferenze di senza partito il diritto di scegliere i membri del Controllo Statale per ispezioni di varia specie, ecc.

Inoltre, s’intende, tutto i lavoro del partito si svolge attraverso i Soviet, che raggruppano le masse lavoratrici senza distinzione di professione. I congressi circondariali dei Soviet sono un’istituzione così democratica che non ha avuto e non ha ancora riscontro nelle migliori fra le repubbliche democratiche del mondo borghese, e per mezzo di questi congressi (che il partito si sforza di seguire con la massima attenzione) , come pure con l’invio continuo di operai coscienti nei villaggi con svariati incarichi, viene realizzata la funzione direttiva del proletariato in riguardo ai contadini, viene realizzata la dittatura del proletariato urbano, la lotta sistematica contro i contadini ricchi, borghesi, sfruttatori e speculatori, ecc.

Tale è il meccanismo generale del potere statale proletario, osservato «dall’alto», dal lato della realizzazione pratica della dittatura. Si può sperare che il lettore comprenda perché al bolscevico russo, che conosce questo meccanismo e ha osservato durante venticinque anni come venne sviluppandosi da circoli clandestini, piccoli, illegali, tutte le chiacchiere sul tema: «dall’ alto» o «dal basso», dittatura dei capi o dittatura delle masse, ecc., non possono non sembrare scempiaggini ridicole e puerili, simili a una discussione per sapere se all’uomo sia più utile la gamba sinistra o il braccio destro.

Scempiaggini altrettanto ridicole e puerili non possono non sembrare a noi anche le chiacchiere, estremamente dotte e terribilmente rivoluzionarie, dei «sinistri» tedeschi i quali affermano che i comunisti non possono e non devono lavorare nei sindacati reazionari, che è lecito rinunciare a questo lavoro, che bisogna uscire dai sindacati e creare assolutamente una «lega operaia» del tutto nuova, pura, escogitata da comunisti molto simpatici (e per la maggior parte, verosimilmente, molto giovani) , ecc.

Il capitalismo lascia inevitabilmente in eredità al socialismo, da una parte, le vecchie distinzioni professionali e corporative fra gli operai, distinzioni che si sono stabilite attraverso i secoli; e, dall’altra parte, i sindacati, che possono svilupparsi e si svilupperanno soltanto con molta lentezza, nel corso di molti anni, in sindacati di produzione più larghi e meno corporativistici (che abbracciano interi rami di produzione e non soltanto una corporazione, un mestiere, una professione). In seguito, per mezzo di tali sindacati di produzione, si passerà alla soppressione della divisione del lavoro tra gli uomini, all’educazione, istruzione, preparazione di uomini sviluppati e preparati in tutti i sensi, di uomini capaci di far tutto. A ciò tende il comunismo; a questo deve tendere e arriverà, ma soltanto dopo un lungo periodo di anni. Tentare oggi di anticipare praticamente questo futuro risultato del comunismo pienamente sviluppato, pienamente consolidato e formato, completamente florido e maturo, è come voler insegnare la matematica superiore a un bambino di quattro anni.

Noi possiamo (e dobbiamo) incominciare a costruire i socialismo non con un materiale umano fantastico e creato appositamente da noi, ma con il materiale che il capitalismo ci ha lasciato in eredità. Ciò è senza dubbio molto «difficile». Ma ogni altro modo di affrontare il compito è così poco serio, che non vale la pena di parlarne.

I sindacati, al principio dello sviluppo del capitalismo, furono un gigantesco progresso per la classe operaia, in quanto rappresentarono il passaggio dalla dispersione e dall’ impotenza degli operai ai primi germi dell’unione di classe. Quando incominciò a svilupparsi la forma suprema dell’unione di classe dei proletari, il partito rivoluzionario del proletariato (il quale non sarà degno del suo nome finché non imparerà ad unire i capi con la classe e con le masse, in un sol tutto, in qualche cosa di inseparabile), i sindacati incominciarono inevitabilmente a rivelare alcuni tratti reazionari, un certo angusto spirito corporativo, una certa propensione all’apoliticismo, una certa fossilizzazione, ecc. Ma il proletariato, in nessun paese del mondo si è sviluppato, né poteva svilupparsi altrimenti, che per mezzo dei sindacati, per mezzo dell’azione reciproca tra sindacati e partito della classe operaia. La conquista del potere politico da parte del proletariato è un gigantesco passo innanzi che il proletariato, come classe, ha compiuto, e il partito deve ancor più, in una forma nuova e non soltanto come prima, educare i sindacati e dirigerli, senza però dimenticare, in pari tempo, che essi sono, e a lungo ancora resteranno, una necessaria «scuola di comunismo» e una scuola preparatoria per la realizzazione, da parte dei proletari, della loro dittatura; una unione necessaria degli operai per il graduale passaggio dell’amministrazione di tutta l’economia del paese nelle mani della classe operaia (e non di singole professioni), e quindi nelle mani di tutti i lavoratori.

Un certo «spirito reazionario» dei sindacati, nel senso citato, è inevitabile durante la dittatura del proletariato. Non comprendere questo significa non capire niente delle condizioni fondamentali per il passaggio dal capitalismo al socialismo. Temere questo «spirito reazionario», tentare di cavarsela senza di esso, di saltare oltre, è la maggiore delle sciocchezze, perché significa temere la funzione dell’avanguardia proletaria, che consiste appunto, nell’istruire, nell’illuminare, nell’educare, nell’attrarre gli strati e le masse più arretrate della classe operaia e dei contadini a una nuova vita. D’altra parte, sarebbe un errore ancora più grave differire la realizzazione della dittatura del proletariato, finché non resti più un solo operaio che dimostri grettezza professionale, un solo operaio con pregiudizi corporativistici e tradunionisti. L’arte dell’uomo politico (e la giusta concezione del proprio compito da parte di un comunista) consiste appunto nel valutare giustamente le condizioni e il momento in cui l’avanguardia del proletariato può, con buon successo, prendere il potere; in cui essa può ottenere, per la presa del potere e dopo la presa del potere, un sufficiente appoggio di strati abbastanza vasti della classe operaia e delle masse lavoratrici non proletarie; in cui, dopo di ciò, essa riuscirà a mantenere il suo dominio, a rafforzarlo, a estenderlo per mezzo dell’educazione, dell’istruzione, della conquista di masse sempre più numerose di lavoratori.

Proseguiamo. Nei paesi più avanzati della Russia, un certo reazionarismo dei sindacati si è manifestato, e doveva senza dubbio manifestarsi, con una forza molto maggiore che da noi. Da noi, i menscevichi ebbero un appoggio nei sindacati (e in parte l’ hanno ancora oggi in pochissimi sindacati) appunto in conseguenza della grettezza corporativistica, dell’egoismo e dell’opportunismo professionale. In Occidente, i menscevichi di colà si sono «annidati» molto più solidamente nei sindacati; là si è formato uno strato, molto più forte che da noi, di «aristocrazia operaia» corporativistica, gretta, egoista, sordida, interessata, piccolo borghese, di mentalità imperialista, asservita e corrotta dall’imperialismo. Ciò è incontestabile. La lotta contro i Gombers, contro i signori Jouhaux, Enderson, Merrheim, Legien e compagni nell’Europa occidentale è incomparabilmente più difficile della lotta contro i nostri menscevichi, i quali rappresentano un tipo sociale e politico del tutto analogo. Questa lotta deve essere condotta senza pietà e, come noi abbiamo fatto, deve essere necessariamente continuata fino a coprire di vergogna, fino a estirpare completamente dai sindacati tutti i capi incorreggibili dell’opportunismo e del socialsciovinismo. Non si può conquistare il potere politico (e non si deve tentare di prenderlo) fino a quando tale lotta non sia stata portata a un certo grado, e questo «certo grado» non sarà lo stesso nei diversi paesi e in circostanze diverse; e soltanto dei dirigenti politici del proletariato, riflessivi, competenti ed esperti, possono determinarlo esattamente in ogni singolo paese. (Come criterio del successo in questa lotta, servirono presso di noi, fra l’altro, le elezioni all’Assemblea costituente nel novembre 1917, pochi giorni dopo la rivoluzione proletaria del 25 ottobre 1917. In queste elezioni i menscevichi furono sbaragliati, avendo ottenuto 0,7 milioni di voti -1,4 milioni con la Transcaucasia- contro i 9 milioni di voti raccolti dai bolscevichi; si veda il mio articolo: «le elezioni per l’Assemblea costituente e la dittatura del proletariato», nel n.7-8 dell’ «Internazionale Comunista»).

Ma noi conduciamo la lotta contro l’ «aristocrazia operaia» in nome delle masse operaie e per attrarre queste masse dalla nostra parte; conduciamo la lotta contro i capi opportunisti e socialsciovinisti per attrarre dalla nostra parte la classe operaia. Dimenticare questa verità elementarissima ed evidentissima, sarebbe stolto. E una stoltezza simile commettono appunto i comunisti tedeschi «di sinistra», i quali dal carattere reazionario e contro rivoluzionario delle alte sfere dei sindacati traggono la conclusione che…bisogna uscire dai sindacati!! Rinunciare al lavoro nel loro seno!! Creare forme nuove, bellamente escogitate dell’organizzazione operaia!! È una sciocchezza imperdonabile, e sarebbe il maggior servizio che i comunisti possano rendere alla borghesia. Giacché i nostri menscevichi, come pure tutti i capi opportunisti, socialsciovinisti, kautskiani dei sindacati non sono niente altro che «agenti della borghesia nel movimento operaio» (come noi abbiamo sempre detto contro i menscevichi) , ossia «commessi della classe capitalista nel campo operaio» secondo la bella espressione, profondamente giusta, dei seguaci di Daniel de Leon in America. Non lavorare in seno ai sindacati reazionari, significa abbandonare le masse operaie arretrate o non abbastanza sviluppate all’influenza dei capi reazionari, degli agenti della borghesia, dell’aristocrazia operaia, ossia degli «operai imborghesiti» (cfr.Engels, lettera del 1852 a Marx a proposito degli operai inglesi).

Appunto la balorda «teoria» della non partecipazione dei comunisti ai sindacati reazionari mostra nel modo più chiaro con quanta leggerezza questi comunisti «di sinistra» affrontino la questione dell’influenza sulle «masse» e quale abuso facciano nei loro sproloqui della parola «masse». Per sapere aiutare le «masse» e guadagnarsi la simpatia, l’adesione e l’appoggio delle «masse», non si devono temere le difficoltà, gli intrighi, le offese, le persecuzioni da parte dei «capi» (i quali, come opportunisti e socialsciovinisti, nella maggior parte dei casi sono legati direttamente o indirettamente con la borghesia e con la polizia), e lavorare ad ogni costo là dove sono le masse. Bisogna saper sopportare qualsiasi sacrificio, saper superare i maggiori ostacoli per svolgere una propaganda e una agitazione sistematiche, tenaci, costanti, pazienti proprio nelle istituzioni, nelle società, nelle leghe -anche nelle più reazionarie- dove si trovino delle masse proletarie o semi proletarie. E i sindacati e le cooperative operaie (queste ultime almeno talvolta) sono appunto le organizzazioni nelle quali si trovano le masse. In Inghilterra il numero degli iscritti alle trade unions, secondo i dati del giornale svedese «Folkets Dagblad Politiken» (del 10 marzo 1920), dalla fine del 1917 alla fine del 1918 è salito da 5,5 a 6,6 milioni, cioè è aumentato del 19%. Alla fine del 1919 si calcola a 7 milioni e mezzo. Non ho sottomano i dati corrispondenti per la Francia e per la Germania, ma i fatti che attestano il grande aumento del numero degli iscritti ai sindacati in questi paesi, sono assolutamente incontestabili e universalmente noti.

Questi fatti dicono in modo lampante ciò che è confermato da mille altri indizi: lo sviluppo della coscienza di classe e la tendenza all’organizzazione precisamente nelle masse proletarie, negli strati «inferiori» e negli strati arretrati. Milioni di operai in Inghilterra, in Francia, in Germania, passano per la prima volta dalla completa assenza di organizzazione alla forma di organizzazione più elementare, inferiore, più semplice, più accessibile (per coloro che sono ancora imbevuti di pregiudizi democratici borghesi) e cioè ai sindacati -e i comunisti di sinistra, rivoluzionari ma irragionevoli, se ne stanno a guardare e gridano «Le masse!» «Le masse!» e rifiutano di lavorare in seno ai sindacati!! Rifiutano con il pretesto dello «spirito reazionario» dei sindacati!! Escogitano una nuova «Lega operaia» pura, monda di pregiudizi democratici borghesi, senza pecche corporativistiche e grettezze professionali, una «Lega operaia» che, dicono, sarà (sarà!) assai ampia e per entrare nella quale si porrà come condizione soltanto (soltanto!) il «riconoscimento del sistema dei Soviet e della dittatura» (si veda la citazione più sopra)!!

Non è possibile immaginare un ‘insensatezza maggiore, un maggior danno per la rivoluzione di quello che cagionano i rivoluzionari «di sinistra»! Se noi oggi, in Russa, dopo due anni e mezzo di vittorie senza precedenti sulla borghesia della Russia e dell’Intesa, ponessimo come condizione di ammissione nei sindacati il «riconoscimento della dittatura» faremmo una sciocchezza, comprometteremmo la nostra influenza sulle masse, faremmo il gioco dei menscevichi. Il compito dei comunisti consiste infatti tutto nel saper convincere i ritardatari, nel saper lavorare fra loro, nel non separarsi da loro con parole d’ordine «di sinistra» cervellotiche e puerili.

Non c’è dubbio che i signori Gompers, Henderson, Jouhuax, Legien siano molto riconoscenti a simili rivoluzionari «di sinistra» i quali, come l’opposizione tedesca «di principio» (ci guardi il cielo da tali «principi»!) , o come alcuni rivoluzionari dell’organizzazione americana «Operai industriali del mondo» (formatasi nel 1904. Nel congresso del 1908 prevalse l’orientamento contrario alla lotta politica e parlamentare) , predicano l’uscita dai sindacati reazionari e il rifiuto di lavorare in essi. Non c’è dubbio che i signori «capi» dell’opportunismo ricorreranno a tutti gli stratagemmi della diplomazia borghese, all’ausilio dei governi borghesi, dei preti, della polizia, dei tribunali, per impedire ai comunisti di entrare nei sindacati, per scacciarli con tutti i mezzi dai sindacati, per rendere il loro lavoro nelle organizzazioni sindacali quanto più è possibile ingrato, per offenderli, vessarli e perseguitarli. Bisogna saper reagire a tutto questo, affrontare tutti i sacrifici e -in caso di bisogno- ricorrere anche ad ogni genere di astuzie, di furberie, di metodi illegali, alle reticenze, all’occultamento della verità, pur di introdursi nei sindacati, rimanere in essi, compiervi a tutti i costi un lavoro comunista. Sotto la zarismo, fino al 1905, noi non avevamo nessuna «possibilità legale», ma quando Zubatov, funzionario della polizia segreta, organizzò riunioni operaie e società operaie del tipo dei cento neri per dar la caccia ai rivoluzionari e per lottare contro di essi, noi mandammo in quelle riunioni e in quelle società dei membri del nostro partito (io ricordo personalmente il compagno Babusckin, un eminente operaio di Pietroburgo, fucilato nel 1906 dai generali dello zar) , i quali stabilirono il collegamento con la massa e riuscirono a svolgere la loro agitazione e strapparono gli operai all’influenza degli agenti di Zubatov[1]. Naturalmente nell’Europa occidentale, che è particolarmente impregnata di pregiudizi legalitari, costituzionali, democratici borghesi, radicati in modo particolarmente forte, ciò è più difficile da realizzarsi. Ma può e deve essere fatto e fatto sistematicamente.

Il Comitato esecutivo della III Internazionale deve, a mio avviso, condannare decisamente e proporre al prossimo Congresso dell’Internazionale Comunista di condannare in generale la politica della non partecipazione ai sindacati reazionari (con una motivazione particolareggiata dell’irragionevolezza di questa non partecipazione, e dell’estrema sua nocività per la causa della rivoluzione proletaria) , e, in particolare di condannare la linea di condotta di alcuni membri del Partito comunista olandese, i quali, poco importa se direttamente o indirettamente, se pubblicamente o di nascosto, se in tutto o in parte, hanno appoggiato questa falsa politica. La III Internazionale deve romperla con la tattica della II Internazionale e non eludere, non smorzare le questioni scottanti, ma sollevarle in tutta la loro asprezza. Tutta la verità è stata detta in faccia agli «indipendenti» (Partito socialdemocratico indipendente di Germania); tutta la verità bisogna dire in faccia ai comunisti «di sinistra».

Note:

[1] I Gompers, gli Henderson, i Jouhaux, i Legien sono anch’essi degli Zubatov che si distinguono dai nostri Zubatov unicamente per l’abito europero e la vernice europea, per i modi civili, raffinati, democraticamente agghindati di svolgere la loro vergognosa politica.