Come al solito, la direzione dell’Internazionale comunista ha cominciato col non accorgersi degli avvenimenti spagnoli. Manuilskij, il “capo” dei paesi latini, ha dichiarato non molto tempo fa che gli avvenimenti spagnoli noi erano degni di attenzione. Ma come?! Costoro hanno dichiarato nel I 928 che la Francia era alla vigilia di una insurrezione proletaria. Dopo aver rallegrato cosi a lungo i funerali con la loro musica da fidanzamento, non potevano non accogliere il fidanzamento con una marcia funebre. Per loro, agire diversamente sarebbe stato tradire se stessi. Quando però si vide che gli avvenimenti di Spagna, non previsti dal calendario del “terzo periodo”, continuavano a svilupparsi, i capi dell’Internazionale comunista hanno semplicemente taciuto. Certo, era più prudente. Ma gli avvenimenti di dicembre hanno reso questo mutismo impossibile. E di nuovo, in pieno accordo con la tradizione, il capo dei paesi latini ha fatto un giro su se stesso di 180 gradi: intendiamo parlare dell’articolo della “Pravda” del 17 dicembre. In quest’articolo la dittatura di Berenguer è definita “fascista”, come la dittatura di Primo de Rivera. Mussolini, Matteotti, Primo de Rivera, MacDonald, Chang Kal-shek, Berenguer, Dan non sono che forme diverse di fascismo. Dato che l’aggettivo esiste, perché pensarci sopra? Per completare, non resta che da aggiungere alle serie il regime “fascista” del negus di Abissinia. Del proletariato spagnolo, la “Pravda” scrive non solo che “assimila sempre di più il programma e le parole d’ordine del Partito comunista spagnolo”, ma addirittura che ha già “coscienza del suo ruolo egemonico nella rivoluzione”. Nello stesso tempo i telegrammi ufficiali da Parigi parlano di soviet contadini in Spagna. È noto che, sotto la direzione staliniana, il sistema sovietico viene assimilato e applicato innanzi tutto dai contadini (Cina!). Poiché il proletariato ha già “coscienza del suo ruolo egemonico nella rivoluzione” e poiché i contadini hanno cominciato a organizzare dei soviet, e tutto questo sotto la direzione ufficiale del Partito comunista, la vittoria della rivoluzione spagnola deve essere considerata come sicura, almeno sino al momento in cui gli “esecutori” di Madrid saranno accusati da Stalin e da Manuilskij di avere applicato male la linea generale, che dalle colonne della “Pravda” ci appare come ignoranza e leggerezza generale. Corrotti dalla loro stessa politica sino al midollo, questi “capi” non sono più capaci di imparare niente.
In realtà, malgrado la grande estensione della latta, i fattori soggettivi — partito, organizzazioni di massa, parole d’ordine – sono notevolmente in ritardo sui compiti del movimento; e questo ritardo costituisce oggi il pericolo più grave.
Lo scatenarsi di un’ondata di scioperi che portano al sacrificio e all’insuccesso e che si concludono senza risultato, è una delle fasi inevitabili della rivoluzione: è il periodo del risveglio delle masse, della loro mobilitazione e dell’inizio della lotta. Non è l’elite degli operai che partecipa al movimento, ma tutta la massa operaia. Entrano in sciopero non solo gli operai delle fabbriche, ma anche gli artigiani, gli autisti, i fornai, gli operai edili, gli operai dei lavori di irrigazione e, infine, i braccianti agricoli. I veterani si stirano le membra, le reclute imparano. Con questi scioperi, la classe comincia a considerarsi come tale. Ma quello che nella fase attuale costituisce la forza del movimento – cioè la sua spontaneità – può divenire successivamente la sua debolezza. Ammettere che il movimento possa continuare a essere abbandonato al suo destino, senza un programma chiaro, senza una direzione, equivarrebbe ad ammettere una prospettiva senza speranza. Si tratta nientemeno che della conquista del potere. Neppure gli scioperi più impetuosi risolvono questo problema. Soprattutto se sono dispersi. Se il proletariato non si rendesse conto entro qualche mese, nel processo della lotta, che i suoi compiti e i suoi metodi sono divenuti chiari ai suoi stessi occhi e che le sue file si serrano e si rafforzano, allora comincerebbe inevitabilmente la disgregazione nel suo stesso seno. Larghi strati, ridestati per la prima volta dal movimento attuale, ricadrebbero di nuovo nella passività. Sentendo via via mancarle la terra sotto i piedi, l’avanguardia comincerebbe a nutrire uno stato d’animo favorevole all’azione da partigiani e all’avventurismo in generale. In questo caso, né i contadini né gli strati poveri delle città troverebbero la loro guida incontestata. Le nuove speranze si trasformerebbero in delusione e in esasperazione. Si vedrebbe riprodursi in Spagna, in una certa misura, la stessa situazione che in Italia dopo l’autunno 1920. La dittatura di Primo de Rivera non fu una dittatura fascista, ma una tipica dittatura spagnola di una cricca militare che si appoggiava su una determinata parte delle classi possidenti. Nelle condizioni indicate sopra — passività e attesismo da parte del partito rivoluzionario, spontaneità del movimento delle masse – la Spagna potrebbe divenire il terreno di un fascismo autentico. La grande borghesia si impadronirebbe delle masse piccolo-borghesi disorientate, deluse e disperate, per indirizzare la loro indignazione contro il proletariato. Beninteso, siamo ancora lontani da questo. Ma non bisogna perdere tempo.
Anche se ammettiamo per un solo istante che il movimento rivoluzionario diretto dall’ala sinistra della borghesia – ufficiali, studenti, repubblicani – possa condurre alla vittoria, la sterilità di questa vittoria, in ultima analisi, equivarrebbe a una sconfitta. I repubblicani spagnoli, come abbiamo detto, restano interamente sul piano degli attuai, rapporti di proprietà. Non ci si può aspettare da loro né l’espropriazione della grande proprietà fondiaria, né la liquidazione della posizione privilegiata della Chiesa cattolica, né l’epurazione radicale delle stalle di Augia della burocrazia civile e militare. La camarilla monarchica sarebbe semplicemente sostituita da una camarilla repubblicana e avremmo una nuova edizione della effimera e sterile repubblica del 1873-74. Il fatto che i capi socialisti se ne stiano a rimorchio dei repubblicani è del tutto nell’ordine delle cose. Ieri, la socialdemocrazia era appiccicata con la spalla destra alla dittatura di Primo de Rivera. Ora è appiccicata con la sinistra ai repubblicani. L’obiettivo più alto dei socialisti, che non hanno né possono avere una loro politica autonoma, è partecipare a un governo borghese stabile. A questa condizione, in mancanza di meglio, non si rifiuterebbero neppure di collaborare con la monarchia.
Ma la destra degli anarco-sindacalisti non è affatto garantita contro un simile orientamento: gli avvenimenti di dicembre costituiscono, in questo senso, una buona lezione e un serio avvertimento.
La Confederazione generale del lavoro riunisce attorno a sé, senza alcun dubbio, gli elementi più combattivi del proletariato. Qui la selezione si è prodotta durante molti anni. Consolidare questa confederazione e trasformarla in una vera organizzazione di massa è un dovere per ogni operaio avanzato e innanzi tutto per i comunisti. Si può contribuirvi pure con un lavoro all’interno dei sindacati riformisti, smascherando instancabilmente i tradimenti dei loro capi e invitando gli operai a riunirsi entro il quadro di un’unica confederazione sindacale. Le condizioni della rivoluzione aiuteranno molto questo lavoro.
Ma al tempo stesso non possiamo farci delle illusioni circa il destino dell’anarco-sindacalismo come dottrina e come metodo rivoluzionario. Con la mancanza di un programma rivoluzionario e con l’incomprensione della funzione del partito, r anarco-sindacalismo disarma il proletariato. Gli anarchici “negano” la politica sino al momento in cui la politica li prende per il bavero; allora fanno posto alla politica della classe avversa. È quello che è accaduto in dicembre! Se il Partito socialista, durante la rivoluzione, avesse conquistato una posizione preminente nel proletariato, sarebbe in grado di fare una cosa sola: rimettere il potere conquistato dalla rivoluzione nelle mani bucate dell’ala repubblicana che in seguito se lo lascerebbe sfuggire automaticamente nelle mani degli attuali detentori. Le grandi gestazioni porterebbero a un aborto.
Quanto agli anarco-sindacalisti, non potrebbero mettersi alla testa del proletariato se non rinunciando ai loro pregiudizi anarchici. Il nostro dovere è di aiutarli in questo senso. Infatti, si deve supporre che una parte dei capi sindacalisti passerà ai socialisti o sarà buttata da una parte dalla rivoluzione; i veri rivoluzionari saranno con noi; le masse si uniranno ai comunisti come farà la maggioranza degli operai socialisti.
Il vantaggio di una situazione rivoluzionaria consiste appunto nel fatto che le masse imparano rapidamente. L’evoluzione delle masse provocherà inevitabilmente differenziazioni e scissioni non solo nell’ambiente socialista, ma anche nell’ambiente sindacalista. Accordi pratici con i sindacalisti rivoluzionari sono inevitabili nel corso della rivoluzione. Questi accordi saranno applicati lealmente da parte nostra. Ma sarebbe davvero funesto apportare in questi accordi elementi ambigui, reticenti o falsi. Neppure nei giorni e nelle ore in cui gli operai comunisti devono lottare fianco a fianco con gli operai sindacalisti, si devono eliminare le distinzioni di principio e tacere le divergenze o attenuare la critica della errata posizione di principio dell’alleato. Solo a questa condizione sarà assicurato uno sviluppo progressivo.
