
- Una certezza: il declino del capitalismo italiano
La democrazia parlamentare italiana negli ultimi 30 anni è stata nelle mani di due governi di centrosinistra (1996 e 2006), quattro governi Berlusconi (dal 1994 al 2011) e, dalle dimissioni forzate di quest’ultimo, una serie di governi di unità nazionale o che hanno sempre visto la partecipazione del Partito Democratico (Monti, Letta, Gentiloni, due governi Conte, Draghi): nessuno di questi governi ha istruito una ripresa del capitalismo italiano né prima né dopo la crisi dei mutui subprime del 2008, che è stato il vero spartiacque per la crisi del capitalismo internazionale.
E tuttavia appartiene al governo Meloni il record negativo di stagnazione industriale: quasi 30 mesi consecutivi di calo1. Si produce sempre meno e il Paese deve indebitarsi sempre di più per garantire le proprie finanze: il debito rispetto al PIL è nuovamente salito al 140%2. Di fatto, se le agenzie di rating non hanno fatto esplodere una tempesta speculativa sui titoli italiani è solo per via delle delicate condizioni politiche in cui ci troviamo: la Banca Centrale Europea ha promesso che tutti i Paesi, costretti da Trump e dalla NATO, spenderanno follie in armamenti e questo, oltre a far lievitare i debiti, tiene lontani gli avvoltoi della finanza.
È chiaro che ferma la produzione, ferma la sua forza lavoro: la cassa integrazione straordinaria è aumentata del 46.4%3 e i fallimenti delle imprese, nel 2025, sono cresciuti del 10%4. Il capitalismo italiano non può risollevarsi da solo dalla palude del capitalismo mondiale. Anche i settori economici che hanno visto numeri positivi si sono mostrati per quello che sono in realtà: avanzamenti temporanei. Non stupisce che le principali battaglie del Ministero dell’Industria, Ilva e Alitalia, abbiano mostrato ciò che il capitalismo fa delle aziende in crisi: occasioni di arricchimento privato con soldi pubblici, casi emblematici che dovrebbero essere studiati dai riformisti nostrani per convincersi del fallimento delle politiche keynesiane.
Il governo Meloni ha fatto ogni sforzo possibile per nutrire il paese a pane e razzismo. Ed è proprio questo che alla lunga lo porterà a confliggere con il capitalismo italiano: non perché banchieri e industriali italiani siano antirazzisti, ma perché investire centinaia di milioni per costruire i lager in Albania non risolve il tragico problema della forza lavoro italiana. La produzione italiana perde mezzo milione di lavoratori l’anno5. Il tasso di immigrazione che attraversa il paese, pure se venisse assorbito completamente, non sarebbe sufficiente a bilanciare questa emorragia demografica in tempi utili alla produzione. L’ottusità della destra non può comprendere realmente questo processo. Ma in questo senso il declino del capitalismo italiano non è un prodotto del governo Meloni: è il governo Meloni ad essere un prodotto di questo declino.
Un fiume di soldi dai servizi sociali alle caserme
Trump è stato eletto con un programma di protezionismo, “America first”. Il protezionismo è il tentativo di esportare disoccupati in altri paesi, proteggendo la propria produzione. Pur sembrando in apparenza un ritiro dalla scena internazionale, il capitalismo americano deve invece essere più aggressivo proprio per tutelarsi. Trump non ridurrà le guerre nel mondo ritirando l’investimento militare americano. Semplicemente lo sposterà per convenienza.
Le aggressioni in Venezuela e le minacce per la Groenlandia seguono, quindi, un copione necessario per un aspirante premio Nobel per la pace. Ma il capitalismo americano non può permettersi economicamente questa esposizione e deve scaricare le spese sugli alleati, che devono spendere in armi e soldati e farsi carico di coprire gli interessi americani. La richiesta di raggiungere il 5% del PIL italiano in armamenti entro il 2035 significa spendere in cannoni il 125% di quanto si spenda per le pensioni oggi (con buona pace dell’eterna campagna sulla insostenibilità della spesa previdenziale).
Non si è mai speso così tanto in armi, in Italia: solo nell’ ultimo anno un aumento del 38.5%6, dati che posizionano l’Italia al 12esimo posto per spesa militare complessiva. La spesa militare è aumentata del 60% dal 2022. Bisogna essere chiari: il governo Meloni e qualsiasi forza sostenga la fedeltà alla NATO oggi si erge a custode delle necessità dell’imperialismo italiano. Queste armi serviranno a proteggere gli impianti ENI nei “settori strategici” del capitalismo italiano (il Mediterraneo), depredando risorse che non sono nostre, sotto occupazione militare. La nostra presenza in Libia è solo un esempio di questo processo, e il dibattito sulla reintroduzione della leva è funzionale a costruire la forza lavoro militare che servirà a manovrarle. Aerei, carri, navi e fucili richiedono preparazione e addestramento, e un capitalismo fragile come quello italiano impiegherà poco a promettere scuola, sanità e pensioni solo per chi si arruola e per le loro famiglie. Tratteranno soprattutto il meridione del paese come un bacino di reclutamento.
La guerra è sempre una faccenda di classe.
Ma l’aspetto centrale è che i soldi in armi devono essere presi da qualche parte. La manovra di bilancio del governo taglia di 4 miliardi di euro i servizi sociali da qui al 2029: è una emorragia che si abbatterà sulla tenuta di scuole e ospedali e sul turnover dei dipendenti pubblici, dove sono bloccate il 75% delle assunzioni.7 Non ci sono più infingimenti, è tutto chiaro: o si sta con i servizi sociali o con le armi.
Sorge spontanea una domanda: investire in armi invertirà il declino del capitalismo italiano? È poco probabile. Di certo aumenterà l’indebitamento: si tratta di denaro pubblico usato per pagare armi e tecnologie ad aziende pubbliche come Leonardo o ad aziende private. L’impatto occupazionale è relativo e l’investimento non ritorna in consumi. Di fatto, serve solo a garantire mercati al capitalismo italiano.

Il sindacato dopo due scioperi generali
In questo contesto, non ci sorprende l’autentico risveglio di coscienza di massa cui abbiamo assistito e partecipato nel 2025. Secondo analisi di agenzie e rassegne sindacali, il 2025 è stato un anno con un numero record di proclamazioni di sciopero in Italia: oltre 1.400 mobilitazioni pubblicate presso la Commissione di Garanzia. I lavoratori, dunque, non sono certo rimasti a guardare dalla finestra mentre nel Paese cresceva la tensione.
La classica pigra transizione tra estate e autunno nel 2025 è stata scossa da una serie inusuale di scioperi generali. Il 19 settembre, il 22 settembre, il 3 ottobre lo sciopero unitario della CGIL con i sindacati di Base, e poi di nuovo il 28 novembre e il 12 dicembre gli scioperi nuovamente separati. Questa carrellata di scioperi, spesso accompagnati da impressionanti cortei nelle principali città italiane, come non si vedevano da anni, ha fatto assaporare, a quasi tutti per la prima volta, la potenzialità di una lotta unitaria della classe lavoratrice. L’illusione è durata poco. Piegata dall’adesione massiccia dei propri iscritti agli scioperi delle sigle di base, il 3 ottobre la CGIL aveva compreso la necessità di marciare uniti e non dividere le precarie forze. Ma già dallo sciopero successivo è tornata nei ranghi, per dimostrarsi al padronato e al governo come un sindacato affidabile e moderato, relegando la lotta contro la finanziaria del governo Meloni ad un unico sciopero generale, preparato in maniera approssimativa in varie categorie con semplici messaggini agli RSA ed RSU che invitavano a fare assemblee.
Dopo la simbolica rottura col PD dovuto al Jobs Act, la CGIL è alla eterna ricerca di una sponda politica sicura, che ora torna a cercare nel PD guidato da Elly Schlein. Questo fatto, unito all’assenza perdurante di un partito di massa della classe lavoratrice italiana, determina spesso, per il più grande sindacato del Paese, la necessità di mimare quello che farebbe un partito, e come un ventriloquo che dà voce al proprio pupazzo, sempre di più la CGIL deve dare voce e movimento ad istanze che non hanno un’organizzazione partitica che le porti avanti a livello di massa. I sindacati di base, del resto, pagano il peccato originale di essere quasi tutti nati da scissioni di singoli o di piccoli gruppi di sindacalisti su battaglie sconosciute ai milioni di lavoratori italiani.
I partiti di sinistra, sostanzialmente AVS e PAP, escludono completamente una qualsiasi strategia sindacale indipendente dal loro orizzonte: il loro atteggiamento è di sostanziale appoggio esterno alla CGIL o ai sindacati di base, senza un intervento tattico di costruzione di frazioni politiche al loro interno per elevare il dibattito sui programmi e le strategie possibili per le rivendicazioni dei lavoratori. Il che è, del resto, una delle ragioni della loro impotenza e incapacità di essere un punto di riferimento della classe lavoratrice: AVS perché ha il viso rivolto alla rappresentanza residuale, di mera sopravvivenza identitaria nelle istituzioni, mentre PAP, nata da collettivi di militanti e lavoratori sviluppatosi con l’ambizione di fare da contenitore dei partiti di sinistra, ha un’attività meramente propagandista o di mero sostegno delle lotte. Non si pone come organizzatore, ma come elaboratore politico, e sin dalla nascita dà un peso determinante alla presenza alle elezioni come metodo principe della propria strategia politica. In entrambi i casi, i sindacati sono lasciati alla libera gestione delle proprie burocrazie, ai dibattiti tra funzionari e le loro correnti, influenzati indirettamente piuttosto che direttamente dalla lotta di classe e dai dibattiti in seno alla classe lavoratrice.
Il peso di entità fornitrice di servizi nella CGIL e spesso nei sindacati di base è una palla al piede devastante. Il piano della CGIL di usare delle mobilitazioni politiche per rendersi attore autorevole nella società ed avere dalla lotta politica una ricaduta nei tavoli della concertazione al momento è fallito. La buona volontà della CGIL di concentrare tutta la lotta alla finanziaria in un solo sciopero generale neppure è stata colta, ma anzi respinta con disprezzo dalle forze di governo.
Per questo la strategia della CGIL si è trovata appesa in aria. L’unica cosa che resta è influenzare sin da subito l’ambiente del PD e del “campo largo” in vista della preparazione delle elezioni politiche del 2027. C’è un problema piuttosto grosso, però. Che l’utilizzo strumentale di questioni internazionali è stato preso sul serio da milioni di lavoratori italiani che guardano con crescente preoccupazione la rinnovata svolta reazionaria degli Stati Uniti d’America, che sempre più destabilizza il quadro internazionale, sia nelle relazioni internazionali che economicamente. Per l’economia italiana, nonostante lo squallido servilismo della Meloni, è una pessima notizia, e i lavoratori italiani istintivamente sanno che qualcosa di brutto si prospetta all’orizzonte.
Tiriamo le somme. L’economia italiana, molto sensibile alle fluttuazioni del commercio estero, non si è mai ripresa del tutto dalla crisi del 2007-2008, il paese viene da 30 anni di mancanza di investimenti produttivi e di salari stagnanti, in buona sostanza da quando CGIL, CISL e UIL accettarono di gettare nella spazzatura la scala mobile che agganciava i salari all’inflazione. L’economia italiana, come tutti i paesi a capitalismo avanzato, ha un’accumulazione di profitti a velocità supersonica rispetto all’andamento stagnante dei salari italiani. Messi insieme questi elementi, la strategia della CGIL è come quella del medico che vuol dare una mentina a chi ha un tumore ai polmoni.
Se volesse rilanciare in grande stile il proprio ruolo tra i lavoratori, pur mantenendo un profilo riformista, dovrebbe rivendicare tra le altre cose il ripristino della scala mobile, una tassazione talmente alta dei milionari da poterla definire esproprio, l’abolizione delle leggi che regolano il diritto di sciopero (che sono una contraddizione in termini). Sono proposte che restano nell’ambito del moderatismo sindacale, ma che nel contesto contemporaneo sono una bestemmia perfino per i burocrati della CGIL.

(ANSA/Andrea Merola)
La spinta dal basso
Nonostante il moderatismo della burocrazia sindacale e il clima repressivo che si respira nel Paese, dobbiamo guardare con fiducia all’enorme partecipazione politica che la crisi nazionale e internazionale ha innescato. Le manifestazioni a sostegno di Gaza hanno visto, nel 2025, la partecipazione di centinaia di migliaia di lavoratori in tutta Italia, in molti casi capaci di scavalcare a sinistra le stesse organizzazioni che hanno chiamato le piazze. Proprio lo sciopero unitario già citato ne è un esempio lampante.
Dobbiamo rilevare, d’altra parte, come la strategia tenuta dalla CGIL, che abbiamo già analizzato, abbia portato i lavoratori a partecipare con grande generosità, ma con altrettanto spontaneismo: sul fronte della situazione politica internazionale, il movimento fin qui ha saputo dire a gran voce ciò che non vuole, ma meno chiaramente ciò che vuole. Le prospettive politiche per il futuro della Palestina passano inevitabilmente attraverso un processo di maturazione delle condizioni oggettive, e questo vale anche per il sostegno da parte dei lavoratori del nostro Paese: ciò a cui abbiamo assistito va ben oltre la mera indignazione, è il segno di un forte rigetto sia nei confronti di quanto sta avvenendo in Medio Oriente, sia delle politiche condotte dal governo Meloni in termini di impegno verso il riarmo e di posizioni geopolitiche. Le rivendicazioni avanzate dal movimento – l’immediato cessate il fuoco, il riconoscimento dello stato palestinese – sono legittime e sacrosante, eppure non superano il confine delle posizioni diplomatiche assunte dalla borghesia progressista. Il refluire, temporaneo, della vivacità delle mobilitazioni è una diretta conseguenza di tali posizioni, ma è destinato a terminare alla luce della fragilità che qualsiasi tregua può assumere in questo contesto.
Del resto, che le coscienze si siano risvegliate anche sulla base di condizioni materiali è evidente dalla qualità e quantità di mobilitazioni che ha riguardato, nel 2025, il mondo del lavoro. Salgono agli onori della cronaca le proteste dei lavoratori della ex Ilva di Genova, del settore tessile nel distretto di Prato, della Lidl: questa è la punta dell’iceberg di un’annata di agitazioni che ha visto coinvolte decine di aziende nel comparto metalmeccanico, nella grande distribuzione, nella logistica. Perché, quando lo sviluppo non c’è, la ricaduta più scontata è quella sul mercato del lavoro, con tagli e chiusure che piovono sulle teste di operai e impiegati già segnati da inflazione precariato. Le grandi manifestazioni a difesa dei più elementari diritti umani e civili fungono da valvola di sfogo in assenza di una più strutturata pianificazione, ma sono solo l’inizio di un processo. C’è molto di cui questo governo dovrà rendere conto ai lavoratori.
Quale opposizione?
Di fronte a tutto ciò viene da chiedersi: come lottare contro il governo Meloni? La stampa borghese antigovernativa si aspetta una risposta più vivace da parte del cosiddetto Campo Largo. Dopo tre anni possiamo tuttavia dire con certezza che questa (aspirante) coalizione non è in grado (né ha la volontà) di guidare un movimento contro il governo. Dal punto di vista di Schlein o Conte si tratta di navigare in vista delle elezioni del 2027, semplicemente limitandosi a denunciare di tanto in tanto le gaffes dei vari Ministri o le contraddizioni tra le promesse elettorali della destra e la realtà dei fatti. Questo non avviene per una incapacità dei vari leaders (che pure esiste), ma per una precisa volontà politica data dalle caratteristiche di questi partiti. Non è casuale che negli scioperi e nelle mobilitazioni a favore della causa palestinese, si siano semplicemente accodati al movimento. Elly Schlein è sicuramente la segretaria più a sinistra che ha avuto il PD, ma rimane sempre a capo di un partito liberale, con il quale deve convivere. Il M5S ha pagato con diverse spaccature il proprio interclassismo, frantumato da 5 anni di governo. Non basta che Giuseppe Conte abbia ancorato il partito a sinistra, distinguendosi dal PD magari per una certa visione “geopolitica”. Infine AVS, aldilà della capacità nella scelta di candidati “di peso” nelle varie tornate elettorali, è un partito che non può esistere se non all’interno di questa coalizione. Al massimo può spingere per l’inserimento di qualche punto di sinistra in un eventuale programma per le elezioni. L’opposizione non ripartirà da qui, ma non siamo affatto dispiaciuti. Da dove ripartire, quindi?
Una prima domanda che dovremmo porci è come lottare contro l’imperialismo occidentale. Respingiamo la tesi “campista” che sostanzialmente propone di schierarsi in maniera tendenzialmente acritica con tutti quei paesi che attualmente si oppongono allo strapotere USA. D’altro canto, non possiamo sostenere acriticamente qualsiasi (vera o presunta) “lotta per la libertà contro la dittatura” secondo una logica interclassista. Dobbiamo imparare a leggere gli eventi internazionali non secondo una visione “geopolitica”, ma secondo una visione marxista, analizzando il reale rapporto tra le classi.
E ancora: come opporci al Piano Rearm Europe proposto da Ursula Von der Leyen? Come può opporsi il movimento operaio alla guerra? Il boicottaggio effettuato dai lavoratori genovesi contro Israele ci dà una prima indicazione.
Come ridare centralità alla conflittualità sindacale spiegando che lo sciopero è un’arma storica dei lavoratori, e non uno strumento della burocrazia sindacale da utilizzare di tanto in tanto come valvola di sfogo? Oggi anche i partiti del Campo Largo concordano con il fatto che la sanità pubblica è sotto attacco, ma non hanno idea di come difenderla.
Queste sono solo alcune delle questioni che poniamo al dibattito. Essendo un portale teorico ci permettiamo di suggerire una lettura che potrebbe aiutarci ad aprire questa discussione. È il “Programma di Transizione” che Trotsky scrisse nel 1938 per la fondazione della Quarta Internazionale. Dal nostro punto di vista è un punto di partenza. Da qualche parte dovremo pur incominciare.
3 https://www.lavorowelfare.it/2025/08/19/cig-primo-semestre-2025-sintesi/#:~:text=L’incremento%2C%20nel%20primo%20semestre,46%25%20sul%20primo%20semestre%202024.&text=Nel%20primo%20semestre%202025%20il,oltre%2010%20milioni%20di%20ore.&text=Nel%20periodo%20gennaio%2Dgiugno%202025,produttiva%20per%20oltre%20300mila%20lavoratori.&text=I%20lavoratori%20in%20Cig%2C%20dall,di%20euro%20di%20reddito%20netto.&text=In%20media%2C%20un%20lavoratore%20in,2.900%20euro%20di%20reddito%20netto.
4 https://agenziastampaitalia.it/cronaca/italia/72998-imprese-cgia-mestre-impennata-dell-insolvenza-al-sud-6-3-per-cento-con-le-feste-aumenta-il-rischio-usura
