L’esperienza di Lenin al potere è per numerose ragioni l’incubo più grande per la classe dominante e i suoi portabandiera. Gli anticomunisti ne sono talmente consapevoli che l’unico argomento di fatto contro Lenin è la grottesca calunnia che associa le violenze della guerra civile russa a quelle controrivoluzionarie dello stalinismo. I 5 anni di “governo Lenin” resteranno per sempre, per tutti i rivoluzionari, il più mirabile, importante esempio di come si affronta il periodo successivo alla presa del potere.

 

1 I primi mesi del governo bolscevico.

 

Quando Lenin e compagni presero il potere al secondo congresso panrusso dei soviet, il 7 novembre del 1917, sapevano di non avere la maggioranza della Russia contadina con sé, ma erano decisi a conquistarla, facendo approvare il decreto sulla terra e sulla pace il giorno stesso del loro insediamento.[1] I decreti sulla terra e la proposta di pace a tutti i paesi belligeranti avevano immediatamente un impatto su decine di milioni di contadini,  che erano sia senza terra sia costretti alla brutale vita di trincea. In poche ore i bolscevichi approvarono leggi che il governo provvisorio era stato solo capace di rinviare all’assemblea costituente, anch’essa rinviata all’infinito. I riformisti temporeggiavano finché la borghesia liberale non si fosse convinta a prendere il potere, anche a costo di far trionfare la reazione più disastrosa.

La scelta dei bolscevichi di prendere il potere, nonostante la Russia fosse il paese meno adatto per instaurare un regime socialista, fu determinata dalla loro concezione dell’imperialismo (analizzato nel 1916 da Lenin nel suo “Imperialismo, recentissima fase del capitalismo. Saggio popolare[2]), visto come un unico sistema capitalistico mondiale articolato in diverse nazioni con diversi livelli di sviluppo che si intrecciano e interagiscono tra di loro. La rivoluzione russa era per loro la prima tappa necessaria di un processo mondiale. Ogni politica dei soviet era finalizzata a mantenere il potere operaio e contadino in Russia, fintanto che la rivoluzione internazionale potesse venire in soccorso dell’ignorante, arretrata e semifeudale Russia.

La mobilitazione permanente della società russa non si era affatto esaurita con l’insurrezione di ottobre; ma anzi aumentava di intensità. Alla diffusione sempre più estesa dei consigli di fabbrica, si affiancava sempre più la montante rivoluzione contadina. Rivoluzione che liberava dal giogo millenario di oppressione decine di milioni di contadini, spesso di zone dove la vita conosceva forme piuttosto arcaiche. Operai e contadini erano incoraggiati ora non più solo dalla propaganda rivoluzionaria, ma dall’esistenza di un governo rivoluzionario che li invitava e li incitava costantemente a gestire il potere da sé e ad imparare a prendersi sulle proprie spalle ogni aspetto della società.

 Il 17 dicembre 1917 fu fondato il Vesenka, il Consiglio supremo per l’economia nazionale, che coordinava i vari ambiti dell’economia: le nazionalizzazioni del commercio e dell’industria, la finanza, ed elaborava le norme generali per i vari comitati: del gasolio, del rifornimento di cibo, di controllo del soviet panrusso, ecc. . Il Vesenka aveva estesi poteri e doveva occuparsi di dare una razionalità ed una direzione alle varie forme di controllo operaio che si sviluppavano nel paese, in vista di una futura economia pianificata[3].

Milioni di operai, contadini, e tutti gli strati intermedi della società non ottennero pressoché nulla  nè negli otto mesi di governo provvisorio né da soviet dominati da menscevichi e socialisti rivoluzionari. Invece di provvedimenti che migliorassero le condizioni di vita, a partire dalla cessazione della guerra, ottennero rinvii, discorsi ampollosamente rivoluzionari e ulteriori rinvii.

Ora vedevano davanti a sé un soviet composto da rivoluzionari, che cercavano con decisione di affrontare ogni questione. Come rilevavano perfino i detrattori dei bolscevichi, la forza dei bolscevichi era stata quella di essere sempre presenti, per quanto pochi, tra i lavoratori, impegnandosi in prima fila per risolvere ogni problema[4].

L’attività fu febbrile, con circa 250 decreti emessi nei primi due mesi e mezzo (saranno 1615 alla fine del 1920) dal Sov.nar.kom (Consiglio dei commissari del popolo, il governo)[5].

In poche settimane il governo bolscevico approvò riforme che nelle democrazie capitaliste si son viste solo nel corso di decenni successivi e dopo lotte sanguinose e spesso vere e proprie guerre civili. La poderosa forza emancipatrice della rivoluzione russa si incarnò in una serie di clamorose conquiste civili e sociali che permisero alla rivoluzione di guadagnarsi sostenitori nella classe operaia di tutto il mondo. Fu introdotto il diritto al divorzio consensuale, con procedure semplificate nel nuovo codice della famiglia che equiparava marito e moglie ed eliminava lo status di figli illegittimi. Il codice fu scritto col duplice obiettivo di emancipare le donne e mettere fine alla disuguaglianza tra figli legittimi e illegittimi.[6]

Furono abolite le istituzioni giudiziarie con gli esistenti codici penali. Si introdusse una nuova concezione di diritto penale e della sua gestione. Per giudicare il criminale si ponderava il pericolo per la società sia del soggetto che dell’atto compiuto. Furono istituite corti popolari soggette ad elezione la cui guida nel giudicare doveva essere la coscienza rivoluzionaria.  Furono sciolti i tribunali tradizionali e creati tribunali popolari eletti inizialmente a suffragio universale e successivamente dai soviet locali.[7] Ovviamente i risultati e la qualità di questo sistema giudiziario variavano da regione a regione. Dove maggiore era la presenza di una classe operaia cosciente o perfino di membri del partito la gestione era sicuramente più civile delle zone arretrate in cui spesso la giustizia, soprattutto contro latifondisti e borghesi, assumeva forme piuttosto brutali.[8]

Nel campo delle arti, della scienza e dell’istruzione ugualmente ci fu un’esplosione libertaria e creatrice di vaste proporzioni. Lenin chiese sin dai primi giorni della rivoluzione che le biblioteche assumessero più personale per garantire l’apertura dalle 6 alle 23 per permettere alla classe lavoratrice di usufruirne prima e dopo il lavoro.

Furono abolite tutte le vestigia autoritarie nelle scuole e nelle università, furono stampati a milioni i classici della letteratura (curiosamente il governo bolscevico si trovò a dover difendere la cultura borghese da tendenze culturali rivoluzionarie che volevano distruggere tutta la cultura passata per creare un’arte, una cultura proletaria da zero, zelo distruttore che viene attribuita alla cosiddetta woke culture recentemente), si cercò di improntare l’istruzione ad una combinazione creativa e creatrice di studio e partecipazione alle società. Furono abolite le tasse universitarie e reso gratuito ogni grado d’istruzione senza distinzioni di sesso, i titoli accademici furono inizialmente aboliti e furono tolte le cattedre ai mandarini universitari e garantita la possibilità che i posti fossero assegnati a chi garantiva di averne le competenze.[9] Furono aperte migliaia di nuove scuole primarie e secondarie.

Inoltre il consiglio dei commissari del popolo riconobbe una serie di diritti sociali e civili che non erano riconosciuti neanche nella stragrande maggioranza dei paesi capitalistici (sanità e istruzione gratuita ed universale in primis). Si possono citare l’elaborazione di un “Diritto del Lavoro” che rispecchiasse la concezione della classe operaia come classe dominante, con relative tutele, diritti ed obblighi, e l’introduzione del diritto all’aborto nel 1920, il già citato divorzio e l’abolizione del reato di omosessualità[10].

Vanno citate inoltre le politiche di protezione e conservazione ambientale (per la maggior parte formulate nel corso della successiva guerra civile) che misero la politica di Lenin all’avanguardia sul tema per decenni [11].

Possiamo solo accennare al vastissimo argomento delle minoranza nazionali nella Russia rivoluzionaria e le loro complesse vicende, ma ci limitiamo parafrasando  Carr a dire che la politica della nazionalità del partito bolscevico prevedeva, oltre al diritto di secessione senza riserve per tutti i popoli, le etnie, tribù, anche il diritto di unione sotto una federazione socialista. Fu un tentativo originale che darà i suoi frutti quattro anni dopo la guerra civile, quando le diverse parti dello sterminato ex impero zarista (un sesto della superficie terrestre) si unirono in diverse entità statuali indipendenti o autonome, in una federazione in cui si era formalmente e sostanzialmente uguali [12].

Le procedure elettive sovietiche rimasero democratiche per tutto il periodo successivo. A parte i Centoneri, (formazione politica proto-fascista, responsabile di pogrom anti ebrei) nessun partito e nessun giornale venne vietato a priori. I provvedimenti restrittivi verso l’azione e la propaganda degli altri partiti erano presi quando questi si dichiaravano per la lotta armata contro i soviet; nel momento in cui rinunciavano alla ribellione armata i partiti venivano riammessi alle elezioni dei vari soviet[13].

A differenza del governo provvisorio e dal soviet precedente, essendo questi restii a convocare il Congresso dei soviet panrusso, i bolscevichi lo convocarono altre tre volte nell’arco di un anno, per ratificare prima la costituzione, poi la pace di Brest Litovsk[14] e in seguito per la scadenza annuale rituale[15], dato che da costituzione doveva essere convocato annualmente. Durante il III congresso Panrusso dei soviet, nel marzo del 1918, I socialisti rivoluzionari di sinistra uscirono dal governo sovietico non accettando quella che loro ritenevano “l’umiliante pace di Brest Litovsk”.

A questa “decreto-mania”, come veniva schernita dagli alleati di governo (i socialisti-rivoluzionari di sinistra, S-r), si affiancava una crescente attività rivoluzionaria della popolazione, i cui i tassi di partecipazione e protagonismo politico in tutte le istituzioni sovietiche e nei luoghi di lavoro erano stati alla base dell’insurrezione di Ottobre e dell’attribuzione di tutto il potere al Congresso panrusso dei soviet. Il settore operaio della popolazione era tra i più energici e protagonisti, come dimostrano le vicende delle statalizzazioni delle imprese.

Inizialmente gli espropri delle fabbriche furono effettuati soprattutto sotto la spinta dell’iniziativa dei lavoratori russi. Fino al luglio del 1918, su 500 aziende nazionalizzate solo 100 lo erano state per iniziativa del governo, il resto su  iniziativa locale[16]. La possente spinta verso il controllo e la gestione operaia della produzione dava luogo ad una serie di contraddizioni.

Lenin riferiva ad esempio :

 

“Ogni volta che delegazioni di operai son venute da me per lamentarsi del comportamento dei proprietari di fabbriche, io ho sempre risposto loro:<<Voi volete che la vostra fabbrica sia nazionalizzata. Benissimo. Qua abbiamo pronto il decreto e possiamo firmarlo subito. Ma ditemi, voi sapete prendere in mano l’organizzazione? Sapete come e cosa produrre? Siete al corrente delle relazioni tra il vostro prodotto e il mercato estero?>> E ogni volta era chiaro che essi non sapevano nulla. Su queste cose non c’è scritto nulla nei libri di testo bolscevichi o menscevichi”[17].

Sin da subito a causa del caos che dominava nella produzione economica i bolscevichi, dopo il decreto sul controllo operaio del 14 novembre 1917, dovettero centralizzare sempre di più il controllo sulle fabbriche e smussare le tendenze anarco-sindacaliste di certi  settori di operai, che si spingevano oltre le concezioni di controllo operaio sulla produzione, fino ad arrivare a casi estremi in cui gli operai si ritenevano padroni delle fabbriche, arrivando a vendere macchinari, materie, e saccheggiare le casseforti e dividersi il bottino [18]. Casi estremi, ma che erano indice del caos di quei giorni, da cui bisognava trarre un equilibrio, un compromesso, tra le tendenze autogestionarie degli operai, e i più generali bisogni della rivoluzione, con un crisi economica che si faceva sempre più pressante. Si doveva insomma bilanciare il controllo operaio, necessario e indiscutibile per garantire la democrazia nei luoghi di lavoro e la gestione della produzione, che non poteva ancora essere affidata completamente ed esclusivamente agli operai, tenuti lontani fino al giorno prima dall’arte dell’organizzazione industriale e aziendale [19].

Ugualmente nelle campagne, col decreto sulla terra che nazionalizzava la terra e poi l’attribuiva in uso ai contadini. Era l’applicazione del programma del partito contadino Socialista rivoluzionario [20]. Lenin rispondeva a tutti i rappresentanti operai e  contadini che si recavano da lui :

“Siete voi il potere, fate tutto quello che volete, prendete tutto quello che volete, noi vi appoggeremo”[21].

 Nei fatti la divisione dei latifondi fu semplicemente legittimata formalmente dal governo, che spesso non riuscì a prevenire i massacri perpetrati dai contadini.[22]

Come scrive Alec Nove:

“La legge sulla terra del 1918 parlava di miglioramento dell’efficienza della produzione, delle tecniche, di riallocazione delle terre e perfino di sviluppare un’economia collettiva, ma tutto ciò rimase sulla carta in assenza di una macchina amministrativa. Tutto ciò che poterono fare i bolscevichi in quegli anni fu di non essere spazzati via dalla rivolta contadina attraverso cui erano andati al potere” [23].

Abolendo la proprietà privata della terra e redistribuendo quella confiscata (l’86% ai contadini, l’11% allo stato e il 3% a enti agricoli collettivi), le misure di politica agraria del governo portarono ad un aumento della proprietà di terra per contadino[24].

La presa del potere bolscevico era stata la risoluzione del contrasto chiamato dualismo dei poteri, cioè la contemporanea presenza del governo provvisorio e del soviet di Pietrogrado, che incarnavano rispettivamente la democrazia rappresentativa e quella diretta. I bolscevichi, recuperando la tradizione marxiana della dittatura del proletariato come distruzione dell’apparato statale (e dei suoi corpi armati separati dalla classe lavoratrice) ed edificazione di un’amministrazione antiburocratica e anti statalista, avevano in programma di erigere uno stato che ha in sé i presupposti del suo stesso deperimento. Considerarono superata in pochi mesi l’esperienza della democrazia borghese; la diffusione dei soviet era per loro la prova che i lavoratori e contadini russi avessero compreso che la democrazia consiliare era un tipo di democrazia più avanzata dei parlamenti[25].

Difatti la capillare estensione dei soviet e delle varie istituzioni di autogoverno aveva portato la dissoluzione dell’apparato amministrativo[26]. Questo è anche uno dei motivi per cui parlare di colpo di stato bolscevico è assurdo. Il colpo di stato è la presa di possesso di uno stato. Qua lo stato si doveva ricostruirlo [27]. Lo scioglimento dell’assemblea costituente fu considerato un atto anti democratico, anche da alcuni bolscevichi,  ma la  partecipazione di massa agli organismi di democrazia diretta privava di qualsiasi base sociale di riferimento  chiunque volesse contrapporre l’ assemblea ai Soviet. La sostanza dell’assemblea costituente non era quella di essere l’effettiva espressione della volontà dei milioni di cittadini russi, ma la fotografia della Russia pochi mesi prima senza alcun consenso o potere sostanziale [28].

Non ci fu nessun tipo di protesta in seguito allo scioglimento dell’Assemblea Costituente, dopo che questa si rifiutò di approvare la “Dichiarazione dei diritti del popolo lavoratore ed oppresso”. Come spiega Anweiler:

“Per le masse operaie e contadine l’assemblea costituente era qualcosa di lontano ed astratto” e tendevano a privilegiare il fatto che sulle questioni decisive della terra e delle pace i bolscevichi avevano già adempiuto alle loro promesse, per cui la costituente perdeva di qualsiasi significato ai loro occhi. Per questo, per il fatto che non rappresentasse più niente e nessuno fu sciolta il giorno stesso della sua riunione [29].

Contemporaneamente all’assemblea costituente, si riunì il III congresso panrusso dei soviet degli operai e dei contadini, che elesse un comitato esecutivo unico (VCIK), unificando la direzione dei soviet operai e contadini.[30] La proclamazione della “Repubblica dei consigli degli operai, dei soldati e dei contadini” avvenne in questa occasione, con la contestuale approvazione della costituzione e la sua “Dichiarazione dei diritti del popolo lavoratore e sfruttato”[31].

Il consiglio dei commissari del popolo e il commissario del popolo agli interni già il 5 gennaio 1918 cercarono di dare un’organizzazione più formale e organica alla struttura dell’autogoverno sovietico. Comunicarono a tutti i soviet locali che tutte le amministrazioni precedenti erano sostituite dal potere dei soviet locali, a tutti i livelli: di governatorato, di distretto, di provincia. Tutti i soviet dovevano collaborare strettamente, ma erano totalmente autonomi nell’esercizio del potere locale, dovendo solo conformare la propria attività ai decreti e alle decisioni generali del potere centrale, per dare un’omogeneità alla repubblica.[32]

Il governo sovietico impose la sua autorità sulla riluttante Banca di stato con distaccamenti di operai armati il 20 dicembre, in seguito al boicottaggio della sua amministrazione rispetto alle richieste del soviet. Il 27 dicembre furono nazionalizzate tutte le banche private[33].

I primi provvedimenti strettamente finanziari arrivarono nello stesso periodo, con l’annullamento dei prestiti e delle obbligazioni statali stipulati con l’estero. [34] Furono sospesi i pagamenti di interessi e dividendi di buoni e azioni e vietata la loro compravendita [35].

Sul versante di un sistema di tassazione le cose si rivelarono molto più difficili, data la presenza di innumerevoli soviet locali che si attribuivano la competenza di determinare le imposte, spesso imponendo pesantissimi tributi ai cittadini più agiati delle province e città [36].

 

2 Lo scoppio della guerra civile, controrivoluzione e terrore rosso,  invasione degli alleati.

 

Dopo la ratifica del Trattato di Brest, Lenin nell’aprile del 1918 disse che la guerra civile era essenzialmente conclusa[37]. L’idea dei bolscevichi era di mantenere il potere operaio e contadino fintanto che la rivoluzione tedesca ed europea, con la sua superiorità economica e i suoi operai specializzati, non fosse venuta in loro soccorso per superare l’arretratezza. Questa idea assunse una tragica concretezza dal momento delle invasioni di eserciti stranieri. Si potrebbero moltiplicare a centinaia le citazioni dei capi bolscevichi per cui senza l’aiuto di rivoluzioni nelle più avanzate economie capitalistiche la rivoluzione russa sarebbe stata condannata [38].

Il 29 maggio si ribellarono negli Urali le truppe cecoslovacche, unite ai contadini ricchi della zona, e subito iniziarono i massacri dei “rossi” [39]; a giugno il generale Krasnov, liberato dai bolscevichi pochi mesi prima, attaccò coi cosacchi la città di Tsaritsin; il 7 agosto le truppe bianche occuparono Kazan dove trafugarono le riserve auree statali[40]. Nella controffensiva i bolscevichi riuscirono a riprendersi diversi territori, fino agli Urali, ma una vera e propria divisione in zone ancora non c’era, erano solo focolai sparsi di ribellioni.[41]

 In questo contesto sorse la necessità di costruire un esercito che potesse far fronte alla schiacciante superiorità tecnica, militare dei paesi alleati contro la giovane repubblica sovietica, divenuta tale da una manciata di mesi. La Dichiarazione dei del Popolo Oppresso e Sfruttato di gennaio prevedeva l’armamento dei lavoratori, della formazione dell’armata rossa socialista di operai e contadini e il completo disarmo delle classi proprietarie.

Come dice Carr:

Fu la costituzione di eserciti organizzati da parte dei generali <<bianchi >>, con l’inizio di una specie di guerra regolare in Ucraina, che costrinse il nuovo regime ad allestire una forza militare in grado di prendere il campo contro di essi[42].

Ma non solo con gli avversari interni dovette avere a che fare il giovane governo sovietico. Da marzo i tedeschi avevano occupato l’Ucraina, in seguito alle cospicue rinunce territoriali per la repubblica dei soviet sottoscritte nel trattato di Brest- Litovsk. La perdita dell’ Ucraina  e di altri territori comportò un crollo colossale dell’economia. Il 40% dell’ industria del vecchio impero zarista, il 70% della produzione di ferro e acciaio, il 90% di quella di zucchero e così via [43]. A  luglio le truppe inglesi occuparono Arcangelo, le truppe alleate occuparono Murmansk e avanzarono verso Pietroburgo. In agosto un esercito “bianco”, zarista, che stazionava nel Caucaso, occupò il Kuban.

Ovviamente Lenin e i bolscevichi erano coscienti che le potenze alleate e i vecchi sostenitori del regime zarista si sarebbero organizzati per schiacciare il potere dei soviet, ma a parte le guardie rosse, create dal Comitato Militare Rivoluzionario del soviet di Pietrogrado nel settembre del ‘17, non ritennero necessario, fintanto che la ribellione non divenne aperta, di dotarsi di forze armate. In omaggio alla tradizione della Comune, la concezione prevalente tra i bolscevichi era quella di costituire milizie popolari, in un’ottica di eliminazione dalla società di qualsiasi gruppo col “monopolio legittimo della violenza”. La stipulazione della pace a condizioni pesantissime era per i bolscevichi non solo un dovere politico derivante dalle promesse fatte durante tutto il ‘17, ma anche un modo per alleviare le doglie del parto della rivoluzione tedesca in cui, allo stesso modo che in Russia, pensavano avrebbero giocato un ruolo determinante la smobilitazione dell’esercito tedesco a guerra finita. In effetti accadde questo, nel novembre del 1918, otto mesi dopo la pace di Brest Litovsk: in Germania sorsero i “Rate”, l’equivalente del soviet russo in tutto il territorio tedesco, e il kaiser Guglielmo fu costretto a riparare nei Paesi Bassi. Questa rivoluzione portò al potere il partito socialdemocratico tedesco, che oltre ad impedire l’evoluzione verso un potere sovietico, represse ferocemente le rivolte e avallò l’uccisione dei principali leader rivoluzionari Karl Liebknecht e Rosa Luxemburg, da parte di Frei Korps ultra nazionalisti, nel gennaio 1919, evento che decapitò per anni il movimento rivoluzionario tedesco.

Per dirla con le parole di Carr:

“Dopo l’estate del 1918 non poteva nutrirsi alcun serio dubbio circa la decisione alleata di distruggere il regime e di aiutare chiunque tentasse di distruggerlo. Lo sbarco britannico a Murmansk alla fine di giugno fu seguito da uno sbarco britannico e francese ad Arcangelo ai primi di agosto, durante agosto le truppe americane si unirono a quelle britanniche e francesi nella Russia settentrionale e a quelle giapponesi a Vladivostock; nella Russia meridionale le forze <<bianche>> si coalizzarono sotto la guida di Denikin con l’incoraggiamento alleato e, poco dopo, con l’attivo appoggio alleato. Le cospirazioni controrivoluzionarie del luglio e agosto della Russia centrale furono organizzate e finanziate dall’estero”[44].

La vittoria dei bianchi avrebbe significato un crollo e una depressione non  tanto o solo economica, ma della civiltà in Russia e una barbarie forse peggiore del fascismo e del nazismo instauratisi nei decenni dopo in Europa, dato il già basso livello della società russa[45]. I successivi massacri, pogrom di ebrei e distruzione dei villaggi da parte degli eserciti bianchi inculcarono anche nelle teste dei contadini, tendenzialmente oppositori dei bolscevichi, che senza l’adesione all’ armata rossa sarebbero tornati i vecchi proprietari e il vecchio assolutismo. I contadini diedero un sostegno di massa ai bolscevichi perché comprendevano che, se avessero vinto i bianchi e gli alleati, sarebbero  ritornati ad una situazione forse peggiore di quella ai tempi dello zarismo, coi latifondisti pronti a vendicarsi, a riprendersi tutto ciò che la rivoluzione aveva loro tolto.

“Verso la fine del 1918 la Repubblica sovietica federativa socialista russa si trovava ridotta entro gli stessi confini, approssimativamente, della Moscovia medievale prima delle conquiste di Ivan il terribile; e pochi – pochi persino tra gli stessi bolscevichi – credevano che il regime avrebbe potuto sopravvivere. Eppure non più tardi di quattro anni dopo, le diverse unità dell’ex impero zarista si trovavano tutte – con  poche eccezioni – di nuovo raccolte a formare l’Unione delle repubbliche Socialiste Sovietiche (…) Questo luminoso successo, che nessuno avrebbe potuto prevedere nei giorni oscuri del 1918-19, resta a validissima testimonianza del genio costruttivo di Lenin come statista[46].

  Questo successo sarebbe stato impensabile per un regime totalitario e liberticida come spesso viene descritto il regime bolscevico. Il riconoscimento senza riserve del diritto all’autodeterminazione di tutte le etnie e nazioni dell’ex impero zarista fu una delle chiavi del successo dei bolscevichi e del loro fragilissimo sistema consiliare. Per i bolscevichi la questione della dittatura e della democrazia erano inseparabili. Solo la democrazia operaia, che era al contempo dittatura nei confronti delle vecchie classi possidenti, poteva risolvere i problemi della popolazione operaia, contadina e delle minoranze etniche e nazionali.

Come dice nella sua monumentale storia Carr:

 “Nell’accezione marxista, il termine <<dittatura>> non comportava quell’accentuazione affettiva  per cui il termine viene associato al dominio di pochi uomini o di uno solo. Al contrario, la dittatura del proletariato era il solo regime in cui al potere sarebbe stato esercitato, per la prima volta nella storia, da una classe rappresentante la maggioranza della popolazione ( …) Nulla nei primi giorni della rivoluzione, venne a scuotere questi ottimistici convincimenti ideali. La facile e quasi del tutto incruenta vittoria del 25 ottobre parve implicare l’assenso della vastissima maggioranza della popolazione ed è giustificata l’orgogliosa affermazione fatta dai bolscevichi, secondo cui, del poco sangue che costò la rivoluzione, la maggior parte fu sparso nei tentativi che furono compiuti per strappare ai bolscevichi una vittoria già conquistata. Tutti i prigionieri del palazzo d’inverno, e il generale Krasnov e altri generali furono liberati dietro la promesse che non avrebbero impugnato le armi contro il regime”[47].

La dittatura che volevano instaurare i bolscevichi sarebbe dovuta essere nelle loro intenzioni un governo delle larghe masse che imparano ad autogovernarsi, in cui la sempre maggiore divisione e rotazione degli incarichi, ad opera di una classe lavoratrice sempre più istruita, cosciente, indipendente e responsabile elimini alla radice ogni germoglio di burocratizzazione. Si sciolsero polizia ed esercito permanente con l’idea di formare milizie popolari, in cui dominasse il principio democratico.  La nascita della Ceka, la polizia incaricata di lottare contro controrivoluzionari, funzionari corrotti, sabotatori, era la prima espressione della volontà dei soviet di armarsi contro i nemici interni ed esterni e non era gestita da soli bolscevichi. Un “processo graduale determinato da circostanze esterne” la fece diventare un organo repressivo che agì su ampia scala e in maniera feroce, applicando un “terrorismo rigorosamente classista”[48].

“Ma il terrore giunse al culmine solo quando gli SR ricorsero nuovamente – e questa volta contro i bolscevichi – al metodo dell’assassinio politico”[49].

Il partito socialista rivoluzionario di sinistra, alleato al governo dei bolscevichi, che aveva delle forti tradizioni terroristiche, non condivise la scelta del trattato e assassinò l’ambasciatore tedesco (nel tentativo di portare alla guerra contro la Germania), attentò alla vita di Lenin stesso e organizzò una serie di insurrezioni che furono presto represse. I bolscevichi reagirono arrestando tutti i gruppi del partito s-r complici dei terroristi, compresi diversi deputati  al congresso panrusso dei soviet.

Il 2 settembre (simbolicamente coincidente col Terrore della rivoluzione francese) il Comitato Esecutivo Panrusso dei Soviet proclamò il “terrore rosso” contro le vecchie classi possidenti e i controrivoluzionari. La mozione approvata recitava:  “Tutti i controrivoluzionari e tutti coloro che li ispirano saranno ritenuti responsabili di ogni attentato contro i lavoratori del governo sovietico e i sostenitori degli ideali della rivoluzione socialista, al terrore bianco dei nemici del governo degli operai e dei contadini, gli operai e i contadini risponderanno con un massiccio terrore rosso contro la borghesia e i suoi agenti”[50]

Da  quel momento furono costretti a governare da soli, anche a causa della divisione dell’altro principale partito socialista, i menscevichi. Costoro si divisero tra chi dava sostegno aperto alle vecchie forze zariste e gli alleati invasori e una minoranza “internazionalista”, che accettava il sistema consiliare ma a fasi alterne rifiutava il governo bolscevico o ne difendeva le conquiste rivoluzionarie. Come detto in precedenza, i partiti non erano vietati ma erano perseguitati nella misura in cui partecipavano a ribellioni armate contro il regime. Infatti  il partito menscevico veniva ammesso o meno alle lezioni dei soviet su queste basi, nel 1918 furono esclusi per sei mesi[51]. Allo stesso modo per tutta la durata della guerra civile, si cercò la strada conciliante, perché il vero nemico nell’ottica bolscevica era la borghesia: i menscevichi e i S-r erano o occasionali alleati o occasionali nemici.

 

“Ma non sarebbe giusto imputare a un solo partito la distruzione di tale opposizione [quella dei SR e dei menscevichi – ndr]: se è vero infatti che il regime sovietico dopo qualche mese di esistenza non era già più disposto a tollerare un’opposizione organizzata, è anche vero che nessun partito legale era disposto a restare nei limiti della legalità, di modo che le premesse della dittatura furono poste da entrambi le parti in causa”[52].

Il piccolo partito bolscevico da solo non poteva reggere il peso dell’organizzazione statale, né di quella militare. Per organizzare l’ossatura dell’Armata rossa furono impiegati e reclutati, sotto il controllo dei commissari politici, ben 48 mila ex ufficiali zaristi, a cui venivano spesso concessi privilegi considerevoli.[53]

Questa fu un’iniziativa di Trotsky, incaricato dal febbraio del 1918 della costituzione dell’Armata rossa, che affrontò le varie armate controrivoluzionarie di Kolciak, di Denikin, di Judenic, che di volta in volta tra il ‘18 e il ‘21 cercarono di rovesciare il regime sovietico col sostegno alleato. Nonostante alterne vittorie, consistenti e minacciosi avanzamenti territoriali, le armate controrivoluzionarie furono sconfitte. Tale risultato fu possibile soprattutto grazie ad un’abile propaganda politica, prima ancora che alle manovre militari. Fu il messaggio politico della rivoluzione, le parole d’ordine realizzate da Lenin, che fu recepito con estrema sensibilità dai soldati degli eserciti bianchi e alleati. La propaganda politica e l’adesione agli ideali rivoluzionari socialisti incarnati dalla repubblica sovietica portarono spesso al quasi sfaldamento degli eserciti alleati, alcuni in guerra sin dal 1914. L’incredibile capacità della repubblica sovietica di attrarre a sé milioni di cittadini dimostra di per sé la popolarità del regime bolscevico, nei momenti decisivi.

“Anche i militari di professione cominciarono a provare rispetto e ammirazione per il valore dell’Armata Rossa. Più tardi Max Bauer rese tributo a Trockij definendolo <<un organizzatore e capo militare nato>> ed aggiunse ”il modo in cui egli creò un nuovo esercito dal nulla in mezzo a dure battaglie e poi organizzò ed addestrò questo esercito è assolutamente napoleonico” e Hoffman pronunciò lo stesso giudizio “Anche da un punto di vista esclusivamente militare si rimane stupiti che sia stato possibile per le formazioni rosse appena reclutate di schiacciare le truppe, talvolta ancora forti, dei generali bianchi e di eliminarle completamente”[54].

Nella conferenza di pace a Parigi del gennaio del 1919 le potenze alleate discutevano l’occupazione in atto della Russia sovietica. Il primo ministro britannico Lloyd George affermò che fosse impossibile mandare ulteriori truppe, che altrimenti queste si sarebbero ammutinate e si sarebbe formato un soviet a Londra [55]. Infatti nei primi mesi del ‘19 l’esercito francese dovette evacuare forzatamente e frettolosamente da Odessa e dai porti del Mar Nero. Lo stesso War Office inglese riferì dei successi dell’abile propaganda bolscevica tra le proprie truppe, che costrinse a rimpatri piuttosto frettolosi.

 La formazione di un esercito popolare, l’armamento generalizzato di operai e contadini era dettato dall’idea marxiana-engelsiana che lo stato, anche il più democratico, è in ultima istanza “un corpo di uomini armati”[56], e per questa stessa ragione Lenin affermava:

“La democrazia proletaria è un milione di volta più democratica di ogni democrazia borghese; il potere dei soviet è un milione di volte più democratico della più democratica repubblica borghese”[57].

Ma le condizioni di “fortezza assediata” che si crearono pochi mesi dopo la formazione del consiglio dei commissari del popolo, ebbero conseguenze anche sul regolare funzionamento dei soviet. Lo sforzo di concentrare la produzione per affrontare la guerra, la necessità di ricreare una forza militare e di mantenerla su fronti tanto vasti, imposero condizioni di vita durissime che di fatto indebolirono la partecipazione pubblica e il funzionamento dei soviet. Già nel 1919 Lenin si rammaricava, con la consueta franchezza, che i soviet erano sempre meno istituzioni di governo gestiti dalle masse di lavoratori e contadini ma sempre più dell’avanguardia della classe operaia, soprattutto a causa della partecipazione dei settori più attivi e partecipi della popolazione nella creazione dell’armata rossa e della difesa dai controrivoluzionari [58]. Soprattutto quando le potenze alleate imposero un blocco alla repubblica sovietica, decretandone l’isolamento.

 Al VII congresso panrusso dei soviet, nel dicembre del 1919, nel momento più basso della repubblica sovietica, in cui l’esistenza era seriamente in dubbio Kamenev riportò la deplorevole situazione dei soviet, sottolineando il fatto che “la guerra ha allontanato dalle città la massa di operai, e questo rende impossibile nei governatorati e nei capoluoghi l’organizzazione regolare dei consigli”. Le assemblee plenarie dei vari soviet, depositarie del potere, andavano incontro ad un lenta morte. “Si riunivano di rado e i deputati si recavano per ascoltare rapporti e discorsi”[59]

 Questo accadde sia per le condizioni di penuria  e di stato di necessità imposte dalla guerra civile, sia per l’arretratezza e ignoranza della grande parte della popolazione, che in quei pochi mesi non si era potuta istruire ad amministrare la macchina statale. Mettere in piedi letteralmente dal nulla un esercito che riconquistò poco a poco tutti i terreni perduti, era un conto, creare l’autogoverno in un paese di 150 milioni di abitanti mentre si doveva prevalentemente pensare alla sopravvivenza, un altro. 

Quello stesso anno fu fondata la Terza Internazionale (il 6 marzo 1919) o internazionale comunista. La necessità di creare un coordinamento internazionale dei partiti marxisti rivoluzionari fu enunciata da Lenin nel suo primo discorso in terra russa, nell’aprile del ‘17 nelle famose tesi d’aprile. L’internazionale era una necessità vitale per la rivoluzione bolscevica, per contrastare l’influenza opportunista, riformista dei partiti della Seconda Internazionale, che allo scoppio della guerra mondiale, a parte le eccezioni di russi e serbi, si schierarono tutti con le rispettive borghesie. L’Internazionale per i bolscevichi doveva essere lo stato maggiore della rivoluzione mondiale, come antesignana della repubblica internazionale dei soviet[60].

 

3 Comunismo di guerra e dissoluzione della classe operaia.

 

Il comunismo di guerra, come ricorda lo specialista dell’economia sovietica Alec Nove, non fu una scelta premeditata dei dirigenti bolscevichi, sebbene durante la sua attuazione cercarono spesso di giustificarla con i principi socialisti. L’ essenza del comunismo di guerra si può riassumere sempre secondo Nove in:

“ 1) Un tentativo di proibire la manifattura privata, la nazionalizzazione della quasi totalità dell’industria, l’allocazione da parte dello stato delle materie prime e del poco che si riusciva a produrre, soprattutto per scopi di guerra;

2) la proibizione del commercio privato, mai del tutto effettiva, ma perseguito spasmodicamente;

3) appropriazione delle eccedenze dei raccolti (prodrazverstka);

4) la parziale eliminazione della moneta nelle transazioni tra lo stato e le proprie organizzazioni e queste e i cittadini. Razioni gratuite quando c’era qualcosa da razionare.

5) tutti questi fattori combinati con arbitrio e terrore, espropri, requisizioni, sforzi per stabilire la disciplina col controllo del partito sui sindacati. Un’economia assediata con un’ideologia comunista. Un caos in parte organizzato. Commissari insonni, vestiti di pelle, che lavorano ventiquattro ore su ventiquattro in un vano sforzo di sostituire il libero mercato”[61]

Difatti il comunismo di guerra fu oggetto di severe critiche e ripensamenti alla fine della guerra civile [62]. Tutte le stime sulla produzione industriale alla fine della guerra civile sono drammatiche ed impietose: nel 1920 si raggiunse solo il 1,6%  e 2,4% di produzione di ferro e ghisa rispetto al 1913, la produzione di petrolio scese al 41% , il carbone al 13%, la produzione di manufatti al 13%. Nei primi due anni di rivoluzione la produzione agricola crollò del 16%, l’inflazione era alle stelle. Trotsky sostenne in seguito che molte delle critiche alle politiche del comunismo di guerra erano giuste, ma che bisognava tenere conto che erano politiche formulate con la prospettiva di una rivoluzione internazionale, che avrebbe “risarcito” lo stato operaio russo per la resistenza fatta con merci, macchinari, ecc. . Allo stesso tempo si pensò per un certo momento che i sistemi di gestione da economia di guerra, il razionamento della distribuzione [63], la centralizzazione della produzione per lo sforzo bellico, potesse essere utile per ricavare in tempo di pace una società con rapporti di scambio e produzione che avrebbero agevolato la formazione di una società autogestita.[64]

La difesa militare della rivoluzione e il rifornimento di un esercito che arrivò ad impiegare 5 milioni di uomini fu al centro degli sforzi e delle politiche economiche del governo, connotate da sempre maggiore razionalizzazione e concentrazione. Già dal luglio del 1918, per contrastare sabotaggi e caos economico furono nazionalizzate nello spazio di 5 mesi 1208 imprese, soprattutto industrie pesanti, settori chiavi per l’economia di guerra. L’occupazione da parte delle truppe straniere e zariste di territori ricchi di materie prime, unita alla scarsità di manodopera qualificata, al boicottaggio dei contadini medi, cui veniva requisito il raccolto in eccesso per nutrire le città, il conseguente sciopero dei produttori agricoli, la diffusione di malattie di ogni tipo, portò ad una situazione intollerabile per i cittadini sovietici [65].

I contadini avevano appoggiato la rivoluzione ed il governo bolscevico perché questi aveva dato loro la terra, ma durante la guerra civile, soggetti a continue invasioni e campagne militari, pure nelle campagne i soviet smisero di funzionare ed avere scambi con le città. Il crollo della produzione industriale portava di conseguenza i crolli degli scambi città-campagna. Fu un’epoca di disgregazione. Nelle città e nei centri industriali, gli operai si impegnavano nella difesa, nella formazione dell’esercito rosso e questo aveva ovviamente un effetto deleterio sia sul funzionamento dei soviet sia sulla produzione economica, infine sulla composizione di classe del paese. Nel 1919 gli operai industriali si erano ridotti del 24 % rispetto al 1917, quello degli edili del 34% e i ferrovieri del 37%.

Alla fine del comunismo di guerra nel 1920 gli operai si erano ridotti dai 3 milioni del 1917 a circa 120 mila. Pietrogrado, la capitale della rivoluzione, centro propulsore del paese e capitale fino a marzo del 1918 vide scendere la propria popolazione dai 2,4 milioni di abitanti a 574 mila tra il 1917 all’agosto del 1920.[66]

Nel periodo della guerra civile si stimano siano morte 9 milioni di persone.[67] 

Sul finire della guerra civile, il proletariato come classe in Russia non esisteva più. Esisteva nelle statistiche, ma non era tenuto più insieme economicamente: non era più la classe dominante, diceva Lenin ad un congresso.

Nel corso di una delle sue ultime polemiche con Stalin (nel 1922) Lenin arrivò ad affermare: “Non c’è dubbio che la percentuale infinitesimale di lavoratori sovietici e sovietizzati affogherà in quella marea di gentaglia sciovinista grande-russa come una mosca nel latte”[68] .

 

 

4 L’ultima battaglia di Lenin e la lotta alla burocrazia.

 

Già Engels nella sua opera sulla guerra contadina in Germania del XVI secolo ammoniva che la tragedia più grande per un partito rivoluzionario fosse quella di arrivare al potere prima che ci fossero le condizioni storiche per realizzare i propri fini[69].

Lenin e i bolscevichi, come già detto, erano consci dell’impossibilità di resistere a lungo in un paese talmente arretrato e quindi della possibilità di edificare una nuova società, con  nuovi rapporti di produzione in un contesto internazionalmente capitalistico[70]. A differenza di Max Weber, il creatore della sociologia borghese, non pensavano che la burocrazia, frutto maturo dell’epoca capitalista, si dovesse controllare dall’alto, ma che si dovesse distruggere, spezzare, citando Marx. Soprattutto Lenin era consapevole, come lucidamente disse, che l’arretratezza e l’ignoranza complessiva della popolazione russa non poteva essere gestita da pochi comunisti, ma che essi erano piuttosto controllati, diretti dal loro stesso apparato:

“Abbiamo ereditato la vecchia macchina dello stato e questa è stata la nostra sfortuna. Abbiamo un esercito enorme di dipendenti pubblici, ma ci mancano le forze istruite ad esercitare un reale controllo su di esso (…) Al vertice ne abbiamo, non so quanti, ma almeno qualche migliaio. Più in basso ci sono centinaia di migliaia di vecchi funzionari provenienti dallo zar e dalla società borghese” [71].

Per quanto avesse trovato esaltante l’opera di costruzione militare e amministrativa, che permise loro di resistere all’invasione di numerosi eserciti e resistere tanto a lungo [72], era pure consapevole che la burocrazia, i rapporti di produzione mercantili, e tutti i residui capitalistici della società russa potevano finire per soffocare distruggere le conquiste dello stato operaio [73]. Una delle cause della sostanziale fine della democrazia operaia non fu solamente la liquidazione della classe operaia, logorata dalla guerra civile, ma anche il rafforzarsi all’interno della repubblica sovietica di un gigantesco apparato amministrativo, autonomo da ogni controllo democratico. Come spiega il principale storico dei soviet, Anweiler:

“I bolscevichi, dopo avere spezzato il vecchio apparato statale, furono costretti ben presto per tenere in piedi il proprio, a riassumere quelle stesse persone che avevano bollato come nemici di classe. Nei soviet, con i loro numerosi dipartimenti, gli ex impiegati dell’amministrazione divennero indispensabili, e l’apparato burocratico nei nuovi organismi centrali acquistò proporzioni enormi. Nel corso di questo processo, non da ultimo per l’assenza di una vera opposizione politica, si perse sempre più la possibilità di controllare la nuova burocrazia” [74]

Nei soviet si erano moltiplicati negli anni le lagnanze e le denunce sui diversi abusi burocratici.

Al secondo congresso panrusso dei Vesenka (i consigli per l’economia nazionale) un delegato menscevico affermò che si stava ricreando una borghesia che controllava tutto, che avrebbe instaurato una dittatura contro gli operai, a causa dell’utilizzo copioso di specialisti, funzionari, tecnici di estrazione borghese e piccolo borghese, prima nell’armata rossa e poi nella semplice amministrazione, nei numerosissimi dipartimenti dei commissariati del popolo; a ciò si  rispose che farne a meno sarebbe stato equivalente a tagliarsi la gola, visto che era impossibile sostituirli[75].

Lo stesso Lenin, al VII congresso panrusso dei soviet (dicembre 1919) disse che era inevitabile la presenza di numerosi controrivoluzionari nell’amministrazione, specialmente in quella economica, perché lì il controllo operaio non poteva essere molto rigoroso.[76]

La dissoluzione pressoché totale della classe operaia fu rilevato da tutti i bolscevichi, secondo alcuni già dal 1918 [77].

 “Lenin insistette instancabilmente sulla necessità di destare l’iniziativa delle masse, di chiamare operai e contadini a partecipare all’amministrazione, educarli all’azione spontanea”[78]. Ma il materiale umano scarseggiava. Di contro cresceva la partecipazione dei vecchi funzionari zaristi.

Il numero degli impiegati statali dell’apparato burocratico era lievitato all’impressionante cifra di 5,8 milioni, contro i 100mila di 3 anni prima, il quadruplo degli operai industriali.[79] Da schietti materialisti ai bolscevichi non sfuggiva la contraddizione di uno stato operaio, teoricamente sotto il controllo di operai e contadini, in cui una classe di funzionari è più numerosa e con maggior potere della classe formalmente dominante. Da qui derivò anche la necessità di ristabilire rapporti di scambio mercantili, commerciali nelle campagne, per incentivare la produzione, aprire maggiormente al mercato e rafforzare la classe operaia industriale. Con la Nuova Politica Economica si permise ai contadini di vendere il grano sul mercato, in cambio di un’imposta statale. Fu incoraggiato il commercio privato, mantenendo però, grazie anche ad una accanita lotta di Lenin e Trotsky contro il partito, il monopolio sul commercio estero. Il rilancio dell’economia era anche funzionale all’irrobustimento della classe di riferimento, cioè la classe operaia. Solo una crescita economica poteva garantire un rinfoltimento della “classe dominante”. Sempre più con maggiore preoccupazione nel partito si guardava alla presenza di elementi piccolo borghesi annidati soprattutto nell’amministrazione statale. Lenin parlava apertamente nei congressi di “stato operaio con distorsioni burocratiche” o di “vecchio stato zarista con una leggera verniciatura rossa”.[80]

Poco prima di morire Lenin attaccò il Commissariato all’ispezione operaia e contadina, diretta da Stalin. Questa istituzione creata nel 1919 per combattere la burocrazia, la corruzione, l’arbitrarietà, viceversa ne era diventata poco a poco il centro propulsivo. Nel suo famoso testamento, chiese la rimozione di Stalin, non perché ovviamente prefigurasse uno scenario come la dittatura stalinista dagli anni ‘30 in poi, ma perché vedeva crescere il cancro burocratico che divorava lo stato operaio. La crescita di questa burocrazia fu però agevolata inconsapevolmente dalle scelte dei bolscevichi.

In tutta la sua storia e persino nei momenti più critici, dall’insurrezione del ’17, alla pace di Brest Litovsk del ‘18, alle polemiche sulle funzioni e sul controllo dei sindacati nell’economia di guerra del ‘20, il partito bolscevico aveva discusso aspramente dividendosi in frazioni più o meno momentanee. Nel X congresso, contrariamente a tutta la storia del partito, si proibirono le frazioni all’interno del partito, sebbene lo stesso Lenin organizzasse frazioni clandestine per vincere questa o quella battaglia congressuale[81]. Di pari passo si vietarono tutti i partiti non bolscevichi e i loro giornali[82]. Queste misure furono dovute direttamente ad una serie di rivolte contadine a Tambov,  scioperi a Mosca e Pietrogrado, contro le condizioni di vita sempre più deteriorate.

 Operai e contadini chiedevano a gran voce la fine del comunismo di guerra e talvolta soviet senza bolscevichi. La fine della guerra civile perciò fece emergere la penuria e il disastro economico e per ciò stesso il malcontento. Le riforme lanciate col nome di NEP servivano appunto a questo, a riguadagnare il consenso e far rifiatare l’economia dalla cappa oppressiva dell’economia di guerra. L’episodio simbolo della fine della democrazia consiliare, che già di per sé esisteva solo proceduralmente, a causa della guerra, fu la repressione della rivolta di Kronstadt.

Lo storico Paul Avrich ha messo in luce tutta la tragedia e la complessità di quell’evento, nato come impulso rinnovatore della democrazia sovietica, strumentalizzato dalle forze bianche zariste e punto d’accesso pericoloso per le truppe alleate. Da un lato si riconosce la fondatezza di certe richieste dei ribelli, dall’altro la fondatezza dell’urgenza dei bolscevichi a porre fine alla ribellione, vista la vulnerabilità a cui sarebbe stata esposta Pietrogrado con la conquista alleata di Kronstadt[83].

A noi pare che la ribellione assurga a simbolo che l’epoca della democrazia consiliare si fosse chiusa in Russia. Negli anni successivi i bolscevichi tentarono di rianimare i soviet e portarli alla loro natura originaria, ma la modificazione nello stato operaio, la deformazione burocratica era troppo spinta in là e la nascente casta burocratica che si annidava nel partito e nello stato, che erano ormai un tutt’uno, non poteva permettere un potere operaio a sé concorrente. La dissoluzione della classe operaia, la spossatezza dei reduci, lo sfinimento delle classi sociali erano gli ostacoli principali alla restaurazione della democrazia operaia. I fallimenti delle varie rivoluzioni in Germania, Ungheria, Italia prostrarono il morale della classe operaia russa, che si trovò isolata con le sue contraddizioni e incapace di risolverle, nonostante la risolutezza della sua avanguardia politica, che fu in definitiva sopraffatta anch’essa nel decennio successivo.

 

Conclusioni

L’esperienza di Lenin come principale dirigente della rivoluzione russa è ben nota e ampiamente commentata. Sappiamo tutto del Lenin che polemizzò contro i populisti russi, contro gli opportunisti nel marxismo e contro la direzione della seconda Internazionale. Testi come l’imperialismo o Stato e rivoluzione sono ancora iconici e mantengono inalterata tutta la propria validità. Perfino l’Estremismo, un testo che Lenin scrisse nel 1920 per riassumere l’esperienza del bolscevismo e polemizzare contro l’impazienza delle giovani sezioni della III internazionale, sebbene spesso strumentalizzato dallo stalinismo in chiave istituzionalista, è un testo centrale per la formazione di un quadro operaio.

Diversa è la sua esperienza come presidente di uno stato operaio deformato. Le difficoltà dei quadri bolscevichi sono note soprattutto a quei quadri che hanno potuto fare una lettura onesta degli scritti di Trotsky. Per dimostrare la degenerazione burocratica dello stato operaio, Trotsky mise spesso in luce le difficoltà reali di un paese enorme, isolato, arretrato, seppur rivoluzionario. Ma questi scritti sono stati tutt’altro che patrimonio del movimento operaio per decenni. Solo ora cominciano a riacquisire la considerazione che meritano.

Le ultime lettere di Lenin al partito sono emblematiche del tipo di battaglia che cercava di condurre dal suo letto di malattia. Sono scritti testamentari, polemici come quei primi che, alla fine dell’800, indirizzava ai terroristi e ai populisti russi per difendere il metodo del marxismo, una filosofia ancora profondamente in minoranza nell’opposizione allo zarismo.

Con questo scritto abbiamo voluto omaggiare Lenin nella sua concretezza, mostrando come il suo acume non avesse conigli che spuntassero dal cilindro, ma fossero dettati da una visione sempre sobria del potere operaio. Stride questo approccio con la caricatura agiografica che avrebbe fatto lo stalinismo, la cui storia del bolscevismo dipinse le gesta di un apostolo, non di un rivoluzionario. Un Lenin infallibile, fin dall’esecuzione del fratello, che avrebbe condotto il partito da un successo all’altro è tutto ciò che lo stalinismo ha avuto da dire sulla storia del bolscevismo. Non stupisce che lo stalinismo non abbia lasciato alcun pensatore di rilievo nella lotta per il rovesciamento del capitalismo.

Le compagne, i compagni di oggi possono apprendere molte lezioni dall’esperienza politica di questo titano del movimento operaio solo abbracciandolo nel suo complesso, assimilandone gli errori e i punti di forza. Lenin non fu il bolscevismo, nonostante la distorsione di decenni di stalinismo. Lenin ne fu il principale dirigente, ma nulla avrebbe potuto senza quelle centinaia di quadri che avrebbero guidato la rivoluzione dopo la presa del potere. Allo stesso modo, nessuno di loro avrebbe potuto prendere il potere senza il contributo determinante di Lenin e della sua personalità. E’ una relazione dialettica, che potremmo applicare anche al genio di Trotsky.

E’ una autentica fortuna festeggiare il centenario della morte di Lenin senza il dominio delle polverose pubblicazioni dello stalinismo. In un capitalismo così in crisi, è una ventata d’aria fresca di cui si sente ogni giorno il bisogno. Davvero una camicia pulita, come quella che Lenin chiese di indossare metaforicamente ai compagni e alle compagne che, da socialdemocratici, nel 1917 avrebbero finalmente adottato il nome di comunisti.

 

 

 

 

 

                                         

 

 

 

 

 

 

 

 

[1] A. Nove , An Economic History of the USSR 1917-1991, Penguin Books Ltd, Registered Offices: Harmondsworth, Middlesex, England, 1992, p. 39.

[2] È questa la traduzione esatta del titolo libro di Lenin, che la vulgata stalinista ha poi dogmaticamente trasfigurato, vedi M. Nobile, Imperialismo, Massari editore, Bolsena, 2006, p. 38. Lenin sostiene che una definizione sintetica  dell’imperialismo è difficile, data la complessità del fenomeno, ma qua possiamo accennare molto schematicamente al ruolo predominante dei grandi gruppi oligarchici finanziari ed industriali, la spartizione del mondo tra le potenze  del territorio economico in generale, al ruolo dell’esportazione del capitale, che aumenta gli squilibri e le contraddizioni socioeconomiche, nonché non da ultimo la pressione sugli strati dirigenti del movimento operaio europeo nei periodi di boom, che tendono ad integrarsi maggiormente e diventare opportunisti.

[3] A. Nove, An Economic History of the USSR 1917-1991,  cit., p. 44.

[4] T. Grant, Russia. Dalla rivoluzione alla controrivoluzione, A.C. Editoriale, Milano, 1998, p.52.

[5] E. H. Carr, La rivoluzione bolscevica 1917-1923, cit., p. 211.

[6] Marcel Liebman, Leninism under Lenin, p.325-326.

[7] O. Anweiler, Storia dei soviet. 1905-1921, p. 409.

[8] Marcel Liebman, Leninism under Lenin , pp. 326-327.

[9] Cit. pp. 329-331.

[10] W. Reich, La rivoluzione sessuale, Massari editore, Bolsena, 2004, pp.263, 325.

[11] T. Bagarolo, Il Lenin sconosciuto, Marxismo rivoluzionario, Milano, 2004, pp. 43-60.

[12]  E. H. Carr, La rivoluzione bolscevica 1917-1923,  cit., p. 367.

[13] Ivi, pp. 169-173.

[14] O. Anweiler, Storia dei soviet. 1905-1921, cit, p. 426; si ratificò il trattato di pace al IV congresso panrusso con 784 voti a 261.

[15] Durante questo congresso l partito S-r si rese responsabile dell’assassinio dell’ambasciatore tedesco e di un tentato colpo di stato contro i bolscevichi. Motivo per cui furono arrestati i deputati responsabili degli attentati e resi illegali i gruppi partecipanti alla tentata insurrezione.

[16] M. Dobb, Storia dell’economia sovietica, Editori riuniti, Roma, 1978, p. 106; A. Nove, An history of soviet economy, cit., p. 47.

[17] M. Dobb, Storia dell’economia sovietica, cit., p. 110.

[18] E. H. Carr, La rivoluzione bolscevica 1917-1923,  cit., p. 485.

[19] Ivi, pp. 486-490

[20] A. Nove, An history of soviet economy 1917-1991,  cit., p. 41.

[21] T. Grant, Russia, cit.  p. 66.

[22] A Nove, an history of soviet economy 1917-1991, cit.  p. 42

[23] Ibidem.

[24] E. H. Carr, La rivoluzione bolscevica 1917-1923, cit.,  p. 462.

[25] Lenin, “Stato e Rivoluzione” in Opere scelte in 6 volumi, vol. IV, edizioni progress Mosca, 1976; T. Grant, Russia dalla rivoluzione alla controrivoluzione, cit.,  p. 63.

[26] O.Anweiler, Storia dei soviet, cit.  p. 245.

[27] G. Boffa, Storia dell’Unione Sovietica,  Editrice l’Unità, Roma, 1990, vol. 1, p.65.

[28] O.Anweiler, Storia dei soviet.,  cit.  pp. 382, 400.

[29]Ivi , pp. 400-1.

[30] G. Boffa, Storia dell’Unione Sovietica,  cit. , p.76.

[31] Vedere in E. H. Carr, La rivoluzione bolscevica 1917-1923, Cit., p. 124, la spiegazione della costituzione come  atto considerato provvisorio, in vista di più ampi sconvolgimenti successivi alla prossima rivoluzione europea che avrebbe permesso di integrarsi ad una federazione più ampia di stati socialisti. I principali dirigenti bolscevichi se ne disinteressarono, considerando più importante effettuare cambiamenti pratici nei rapporti sociali di produzione, che la loro legittimazione e formalizzazione in carte costituzionali.

[32] O. Anweiler, Storia dei soviet., cit.  pp. 403-4.

[33] A. Nove, An Economic History of the USSR 1917-1991, cit., p. 44.

[34] E. H. Carr, La rivoluzione bolscevica 1917-1923, cit., p.549

[35] Ivi,  p.550

[36] Ivi, p.553

[37] G. Boffa, Storia dell’Unione Sovietica,  cit., p. 113.

[38] Vedi T. Grant, Russia,  cit.,  pp.73-79, per una serie di citazioni di Lenin in cui sottolinea  il concetto nel corso degli anni.

[39] G. Boffa, Storia dell’Unione Sovietica,  cit. , p. 115.

[40] Ibidem.

[41] Ivi, p. 118.

[42] E. H. Carr, La rivoluzione bolscevica 1917-1923, cit., pp.856-7.

[43] Ivi, p. 499.

[44] E. H. Carr, La rivoluzione bolscevica 1917-1923, cit., p. 880.

[45] T. Grant, Russia, cit., p. 70.

[46] E. H. Carr, La rivoluzione bolscevica 1917-1923, Cit., p. 247.

[47] Ivi, pp. 150-1.

[48] Ivi, p. 159.

[49] Ivi, p. 165.

[50] Ivi, p. 165.

[51] C. Bettelheim, Le lotte di classe in Urss 1917-1923, Etas libri, Milano, 1975, p.203.

[52] E. H. Carr, La rivoluzione bolscevica 1917-1923, cit., p. 180.

[53] T. Grant, Russia, cit., p. 104.

[54] E. H. Carr, La rivoluzione bolscevica 1917-1923, cit., pp. 1103-5.

[55] Ivi, p. 916.

[56] K. Marx- F. Engels, Opere scelte, Editori Riuniti, Roma, 1966, pp. 1067-1069.

[57] O. Anweiler, Storia dei soviet. 1905-1921, cit., p. 448.

[58] M. Lewin, L’ultima battaglia di Lenin, Laterza, Bari, 1969, p. 16.

[59] O. Anweiler, Storia dei soviet. 1905-1921, cit. , p. 437.

[60] Ivi, p. 914.

[61] A. Nove, An Economic History of the USSR 1917-1991, cit., p. 69.

[62] Ivi, p. 39.

[63] Il razionamento era stato introdotto dal governo zarista durante la guerra sin dal 1916. Vedi A. Nove, An Economic History of the USSR 1917-1991, cit., p. 48.

[64] L. Trotsky, La rivoluzione tradita, Ac editoriale, Milano,  2007, p. 96.

[65] E. H. Carr, La rivoluzione bolscevica 1917-1923, cit.,  p. 582.

[66] T. Grant, Russia,  cit., p.81.

[67] Ivi,  p.  80.

[68] T. Grant, Russia, cit., p. 111.

[69] M. Lewin, L’ultima battaglia di Lenin, cit., p.1.

[70] Vedi G. Therborn, Scienza classi società, Einaudi, Torino, 1980,  pp. 409-432; per una esposizione chiarificatrice del concetto di rapporti di produzione.

[71] T. Grant, Russia, cit., p. 105.

[72] Moshe Lewin, L’ultima battaglia di Lenin, cit.,  p. 43.

[73] Per varie citazioni dei leader bolscevichi sulla necessità dell’intervento di altri stati rivoluzionari in soccorso della Russia, vedere T. Grant Russia, cit., p. 50.

[74] O. Anweiler, Storia dei soviet. 1905-1921, cit. p. 449.

[75] E. H. Carr, La rivoluzione bolscevica 1917-1923, cit., p. 594.

[76] Ivi, p. 596.

[77] Cit. in T. Grant, Russia, cit., p. 82 : “Il proletariato industriale a causa della guerra, della povertà disperata e della rovina ha perso la sua identità di classe ovvero è stato sloggiato dal suo solco di classe ed ha cessato di esistere come proletariato” (…) “distrutta la produzione , le fabbriche son ferme il proletariato non esiste, lo vediamo nelle statistiche ma non è tenuto più insieme economicamente” disse Lenin.

[78] O. Anweiler, Storia dei soviet.19051921., cit.,  p. 448.

[79] T. Grant, Russia, cit., p. 104.

[80] Ivi, cit., pp. 107-109.

[81] Ivi, p. 88.

[82] C. Bettelheim, Le lotte di classe in Urss 1917-1923, cit. pp. 200-5.

[83] P. Avrich, Kronstadt. 1921, Mondadori, Milano, 1978.