
Governo Meloni, a testa bassa contro il muro
Il governo Meloni va avanti per la sua strada. Non cadrà a breve per logoramento, né per crisi economica, né per contraddizioni interne. Il suo programma è lo sfondamento dei diritti di chi lavora e un recupero delle tradizioni nazionali della borghesia italiana. E’ la grande occasione della destra che Meloni vuole perseguire ad ogni costo. Non gliene importa niente dell’indignazione popolare, della reputazione internazionale, né delle proteste che ci sono state finora.
Dunque, il problema risiede nella qualità di queste proteste.
Abbiamo sempre identificato questo governo come espressione di un settore del padronato rassegnato a giocarsi la carta di un’estrema destra addomesticata. Allo stesso tempo Meloni e compagnia sono il riflesso di una piccola borghesia esasperata. La protesta dei trattori ne è un esempio lampante: ha creato più allarmismo nelle file del governo del danno effettivo nella società. In questo senso, il governo Meloni è tanto antistorico quanto lo sono i governi di centrosinistra di un decennio fa, i governi tecnici e quelli di unità nazionale degli ultimi anni: disperati tentativi della borghesia italiana di portare indietro le lancette a una competizione economica più tollerabile per i piccoli padroncini.
Non è una questione di promesse infrante. La revisione europea del Patto di Stabilità avrebbe punito pesantemente il PD o il M5S ma non punirà il governo Meloni. La debolezza dell’opposizione è il principale scudo del governo. Uno sguardo ai numeri è semplicemente indicativo della gabbia in cui cadrà la società italiana nei prossimi anni. L’Italia dovrà contrarre il suo bilancio di 3.3 punti di PIL in 7 anni, circa 12.5 miliardi all’anno con gli attuali prezzi, sempre che l’inflazione rimanga tale. Il piano di privatizzazioni strategiche che spera di recuperare 20 miliardi di euro in 3 anni ha letteralmente il sapore della disperazione. Dopo le grandi svendite ai privati, perfino gli economisti borghesi riconoscono che vendersi l’argenteria non porterà alcun giovamento: solo un rimbalzo nei conti che verrà assorbito in pochi semestri.
Certo il governo non cadrà perchè l’economia cresce poco. La crescita prevista nel 2024 è da prefisso telefonico (+0.8%) con una sostanziale stagnazione del tasso di disoccupazione (oltre il 7.5%). Le stime sono fragili perchè fragile è il contesto internazionale. Se persiste la crisi in Ucraina e Medio Oriente, il costo delle materie prime diverrà presto nuovamente insostenibile. Basterebbe l’accenno di una nuova Primavera Araba per contrarre nuovamente la produzione petrolifera. I governi occidentali sono riusciti a tutelarsi parzialmente dalla fornitura russa di gas, ma che dire dell’approvvigionamento petrolifero. Per quante portaerei e fregate la marina militare italiana possa mandare nel Mar Rosso, quella rimane la via più breve per far transitare le merci.
Certo, la statistica rivela platealmente la guerra ai poveri che questi alfieri dei padroni hanno imbastito in poco più di un anno. Secondo un’indagine di Bankitalia il 5% delle famiglie italiane detiene il 46% della ricchezza netta. Nel 2010 era il 40%. L’indice Gini, che misura le disuguaglianze da 0 a 1, è cresciuto da 0.67 a 0.71 dal 2010 ad oggi. C’è un divario mediano tra le famiglie più povere e quelle più ricche di 155mila euro. Ma questi numeri non hanno una incidenza automatica con lo sviluppo delle mobilitazioni. Se bastasse il carovita, la classe operaia italiana avrebbe fatto la rivoluzione non una ma cento volte negli ultimi 30 anni. Semplicemente, manca un piano, un programma e una direzione che dimostrino che vale la pena sacrificarsi per lottare.
Movimento studentesco, ci manchi
C’è un settore che più di tutti avrebbe potuto mobilitarsi unito contro il governo e non l’ha fatto in modo coeso: quello giovanile. Le adunate oceaniche per difendere il clima sono in momentaneo riflusso. Il governo non ha paura degli studenti e li manganella senza pietà. Gli studenti non ingaggiano il governo appellandosi a chi lavora e ai sindacati e, privi di un’organizzazione e nazionale e di un metodo, rifluiscono nelle denunce social. E’ passato un altro autunno studentesco e le occupazioni non sono decollate. Non esiste una rappresentanza reale degli studenti, ma solo il prodotto di rapporti di forza locali tra collettivi, giovanili e piccole e grandi organizzazioni.
L’omicidio di Giulia Cecchettin e le costanti provocazioni patriarcali degli esponenti retrivi del governo hanno rimesso in moto il dibattito nel movimento di genere. Ma, al di là dell’impatto comunicativo della poesia di Cristina Torre Caceres “Se domani non torno”, bisogna riconoscere che il movimento Non una di meno arriva all’appuntamento dell’8 marzo esattamente per quello in cui è stato trasformato: un appuntamento. C’è un clima ribollente attorno alle discriminazioni di genere in Italia. Le manifestazioni dell’8 marzo sono state molto partecipate e combattive. E’ un tema centrale nella presa di coscienza delle giovani del nostro paese, che vedono lo svilimento quotidiano da parte della stampa e gli attacchi familistici del ministro Roccella. Ma serve un salto di qualità nella strutturazione del movimento, che deve dotarsi di una rappresentanza democratica e una piattaforma per scuola, lavoro e sanità all’altezza.
I blocchi stradali e gli imbrattamenti di opere d’arte per sensibilizzare sul clima, che non riguardano direttamente il movimento studentesco ma sono espressione della rabbia giovanile, sono la cartina di tornasole di una fase di smarrimento delle lotte. Questa deriva individuale ed eclatante sta alle mobilitazioni di massa come la fine degli anni ‘70 sta al 1968. Eppure le condizioni sociali lavorano implacabili per una ulteriore radicalizzazione del movimento giovanile. Dopo decenni di disobbedienza l’anticapitalismo è moneta comune nel movimento più giovane. Non ci stupiremmo se in poco tempo la radicalizzazione permeasse tra i più giovani anche ideologicamente. Il marxismo potrebbe tornare ad essere protagonista proprio lì dove il movimento sembra arrancare di più.
GKN, un modello che Landini non vuole vedere
La sentenza del Tribunale del lavoro di Firenze che, lo scorso dicembre, ha nuovamente dichiarato illegittimi i licenziamenti degli operai GKN dimostra quanto questa vertenza abbia ragione perfino sul terreno scivoloso del diritto. Il crowdfunding del Collettivo di fabbrica GKN è stato un caso di partecipazione popolare da manuale e dimostra il sostegno di classe che questa vertenza ha saputo mantenere in oltre due anni di lotta. E’ un caso inedito nel movimento operaio italiano da decenni.
Bisogna vedere le cose nella loro linearità: in Italia le vertenze operaie finiscono generalmente con la chiusura degli stabilimenti e il licenziamento degli operai dopo una lunga agonia di ammortizzatori sociali. Dove non c’è un compratore, questa è la soluzione proposta dal MISE e accettata con rassegnazione dalle direzioni sindacali, prevalentemente confederali. Il fatto che esista un esito alternativo che permette di non perdere stabilimento, forza lavoro e progetto produttivo rappresenta un vero e proprio ceffone al volto di Confindustria. Il principale pericolo della vertenza GKN risiede tanto nell’ostilità mortale di governo e Confindustria quanto nell’assenza di una mobilitazione generale della classe, favorita dall’immobilismo del gruppo dirigente del sindacato.
Colpisce come nelle stesse settimane in cui gli operai fiorentini prendevano fiato (solo fiato, perchè al momento non percepiscono nè stipendi nè ammortizzatori e la proprietà vuole farli morire d’elemosina), l’Ilva di Taranto veniva commissariata senza che la mobilitazione operaia toccasse minimamente i livelli di radicalizzazione visti in Toscana. E’ un paradosso, se pensiamo alla mole operaia che muove l’Ilva. Ci dice tuttavia quanta responsabilità abbia la segreteria Landini nel non aver generalizzato l’esperienza GKN. Nè governo nè Confindustria sembrano avere intenzione di lasciare il gigantesco stabilimento di Campi Bisenzio nelle mani di una cooperativa operaia. Il precedente sarebbe troppo pericoloso. Lo sarebbe perfino nonostante la sua natura cooperativa, che per quanto sostenuta dal basso dovrebbe sopravvivere alla concorrenza di mercato e a una estenuante e continua ricerca di incentivi, come tutte le altre aziende private. Ben altro ragionamento sarebbe possibile se questa vertenza fosse circondata da un fermento mobilitativo nelle fabbriche del paese. Se Landini e De Palma ne facessero un modello con cui condurre tutte le vertenze in campo, i rapporti di forza con il governo sarebbero ben diversi. Il fattore soggettivo, la direzione operaia, gioca lo stesso ruolo dei generali con un esercito. Senza questa mobilitazione, disquisire sulla bontà o meno del modello cooperativo per salvare concretamente lo stabilimento non alzerebbe il livello politico di nessuno. Sospettiamo che la segreteria Landini sia ben consapevole di questo.
I risultati dello sciopero generale Cgil-Uil del novembre scorso sono stati letteralmente nulli. Spalmati in più giorni, divisi in macrozone, queste mobilitazioni sono state studiate per fare meno danno possibile. Una strategia del genere avrebbe avuto senso se fosse culminata con uno sciopero generale centrale di più giorni. Ed anche questo sarebbe stato un punto di partenza. In altri paesi d’Europa confederazioni non meno moderate si sono mobilitate di più e per molto meno, come si è visto in Francia e in Inghilterra. Oggi questo aspetto rimane il principale freno alla presa di coscienza di larghi strati di lavoratori e lavoratrici. E’ impensabile che il governo possa sentirsi intimorito da scioperi organizzati così. Landini continuerà a lagnarsi di non essere ascoltato dal governo ma, d’altro canto, la borghesia sta già giocando uno scontro di classe superiore. Il solo fatto che il segretario generale degli edili Genovesi abbia qualificato “di una gravità inaudita” la scelta del governo di procedere, senza consultare i sindacati, alle controriforme in materia di controlli sul lavoro, dopo il crollo del cantiere Esselunga a Firenze, descrive molto chiaramente l’impotenza di questi dirigenti. Si ritrovano in un mondo che non è più il loro. Le regole sono saltate. Se non cambiano, salteranno anche loro.
Beati gli ultimi
Nessuno può fare previsioni esatte sulla presa di coscienza del movimento operaio italiano, né della sinistra organizzata. Se significa qualcosa, l’astio crescente nei confronti dell’opinione pubblica italiana che parte dalle menzogne sulla guerra in Ucraina ed esplode letteralmente sulla complicità, anche mediatica, del governo Meloni verso Israele, ci dice che stiamo assistendo a un profondo cambio di coscienza. I social delle principali testate giornalistiche e telegiornalistiche italiane sono prese d’assalto dalle critiche. Perfino elementi di costume come il Festival di Sanremo diventano terreno di scontro. Il governo va avanti e non guarda in faccia nessuno. Sa che a furia di ripetere una menzogna questa diventerà una verità. Non teme l’opposizione parlamentare, che non esiste nella realtà delle piazze. Se Conte ha salvato il M5S normalizzandolo a sinistra, il destino di Elly Schlein è appeso a un filo. “Non ci hanno visto arrivare”, aveva dichiarato vincendo le primarie. Aveva ragione in un certo senso: nessuno continua a vederla. D’altronde, la politica è una questione di classe, molto materiale. La base sociale della segretaria PD è educata, civica, ma non militante. Solo un apparato di burro come quello piddino poteva lasciarsi cogliere di sorpresa. Ma lo stesso apparato conosce troppo bene le proprie stanze per non riprendersele con una lenta strategia di logoramento. Il PD non sarà mai un partito di sinistra perchè nessuno tra i milioni di lavoratrici e i lavoratori comuni del nostro paese è disposto a difenderlo. Non hanno nulla per cui lottare.
Un settore educato della sinistra riformista italiana spinge per una alleanza PD-M5S. La base di Schlein e di Conte preme esattamente per questo. E’ una strategia che serve a far sopravvivere i due apparati prima ancora che di costruire l’opposizione e la vittoria alle regionali sarde non farà che aumentare questa pressione. Come tutte le alleanze elettorali, funziona finché è collocata all’opposizione. Certamente non è un’ipotesi di centrosinistra, anche se sarebbe comodo chiamarla così. Il centrosinistra ingabbiava la sinistra radicale e ne aveva bisogno per governare la sua base sociale: viveva consumandola. Ma la sinistra radicale in Italia è fuori dal calcolo elettorale e questa esperienza non si baserebbe sull’autorità di classe di nessuna formazione. In altre parole, non c’è nessuna Rifondazione Comunista da spolpare nell’asse PD-M5S, solo lo specchio di una opposizione borghese al governo Meloni con alcune sparate a sinistra di Conte per cercare di cogliere l’umore di un settore di indecisi.
Tale coalizione rappresenterebbe l’ennesima palestra da cui dovrebbe passare il movimento operaio italiano? Non si può dire con precisione. Senz’altro ne mancherebbero le basi politiche per durare a lungo. Appena collocato nella stanza dei bottoni, il PD torna esattamente ad essere quello che è: il partito dell’austerità europea. Una formazione fragile ed eterogenea ideologicamente come il M5S se ne scollerebbe rapidamente per non morire.
Più aumenta l’indignazione della piccola borghesia riformista e degli apparati contro il governo che se ne infischia delle regole democratiche, più matura l’idea di una opposizione differente, di base. Senza un punto di riferimento, questa maturazione sarà soggetta a continui strappi: accelerazioni e rallentamenti, convergenze e divergenze continue. Naufragheranno molte sigle che confondono le proprie ragioni per consenso. Ma questo piccolo affluente è destinato comunque a unirsi alla corrente generale. Potrebbero volerci ancora anni oppure potrebbe arrivare alla foce di colpo, rompendo gli argini, tra lo stupore di tutti. Non sarebbe altro che un esito della lotta di classe in Italia. Allora la situazione si capovolgerebbe dialetticamente e gli ultimi della classe in Europa diventerebbero improvvisamente i primi.

