
Un anno di guerra. più di 40.000 vittime, in gran parte donne e bambini. Centinaia di migliaia di sfollati tra Gaza e il Libano. Un orrore senza fine, un eccidio di massa che tocca nel profondo le coscienze.
Quanto avvenuto a partire da ottobre dello scorso anno non cade nel vuoto: è il segno di un processo maturato in anni di tensioni tra una forza apertamente reazionaria – quella del governo israeliano – e le direzioni politiche del mondo arabo. Rifiutiamo la narrativa dei commentatori borghesi che vedono nell’attacco di Hamas del 7 ottobre 2024 un avvenimento privo di presupposti. Respingiamo con ogni mezzo la propaganda del diritto alla difesa israeliano. D’altro canto, la nostra analisi non può limitarsi a contrastare queste posizioni ricordando quasi un secolo di politiche predatorie dello stato sionista nei confronti della popolazione palestinese. Questo non sarebbe sufficiente a spiegare la complessità di quanto sta accadendo in Medioriente.
Abbiamo dunque voluto pubblicare questo articolo per provare a rispondere a una serie di interrogativi – quei “Perché?”, più o meno chiaramente espressi, che attraversano il dibattito a sinistra. Di fronte a uno scenario che suscita rabbia e infinito dolore, abbiamo più che mai bisogno di lucidità e chiarezza. Una limpida visione di classe degli avvenimenti a cui stiamo assistendo è un potente mezzo di solidarietà che dobbiamo a tutte le popolazioni colpite da questo atroce conflitto.
Perché dal 7 ottobre non abbiamo visto aperte rivolte nel mondo arabo?
In questo anno abbiamo potuto constatare la strategia bellica di cui è Hamas è capace: pur con mezzi infinitamente più limitati rispetto a Israele, la direzione del movimento ha saputo imporsi come forza militare, resistendo agli attacchi distruttivi dell’esercito israeliano a Gaza. A distanza di dodici mesi dall’inizio del conflitto, e nonostante la decapitazione di molti dei propri vertici (tra cui Yahya Sinwar considerato l’ideatore dell’attacco del 7 ottobre), Hamas non è ancora stata né sconfitta, né sradicata dai territori palestinesi occupati.
Tuttavia, Hamas non è una forza rivoluzionaria. Il fatto che oggi si combatta nella striscia di Gaza non allude a uno spostamento di priorità da parte di questa formazione: Hamas non aveva la rivolta nella propria agenda nemmeno prima. E non potrebbe essere altrimenti, dacché è una forza confessionale, la cui base d’appoggio riposa sull’assenza della benché minima forma di stato sociale tra i palestinesi. Direzioni nazionaliste come Hamas e Hezbollah non hanno alcuna intenzione di sollevare il mondo arabo in una lotta frontale contro le forze imperialiste. Più volte hanno dimostrato che la loro condotta non è meno opportunista e reazionaria di un qualsiasi movimento piccolo borghese. Prova ne è il fatto che nessuna manifestazione di massa nella società araba sia sopravvissuta a un primo momento mobilitativo, del tutto spontaneo. C’è un limite politico evidente nelle direzioni di questi movimenti: si tratta di forze fondamentalmente confessionali e capitaliste. La loro penetrazione nei processi economici è evidente soprattutto in Libano, dove lo stato borghese esiste solo in virtù della presenza di Hezbollah. Pur con caratteristiche differenti, la stessa Hamas è l’espressione di un settore della borghesia araba. Queste forze non hanno alcun interesse a una reale sollevazione rivoluzionaria, che avrebbe un effetto dirompente tanto in Israele quanto tra i traballanti regimi arabi. Non è un caso che governi di paesi come l’Egitto e la Giordania, che con Israele mantengono saldi rapporti commerciali e che, sul fronte interno, non avrebbero nulla da guadagnare da un risveglio delle coscienze dei lavoratori, erano in procinto di firmare gli Accordi di Abramo con la supervisione della Casa Bianca nel 2020 (dopo Bahrein ed Emirati Arabi Uniti).
Ciò non significa che quanto sta accadendo non costituisca una molla potenziale per lo sviluppo di futuri processi rivoluzionari. Bisogna saper guardare all’accumulo di tensioni che si sta sviluppando in tutta l’area. Quanto queste tensioni emergeranno in superficie, la loro esplosività supererà di gran lunga la direzione di questi movimenti, ma dobbiamo essere onesti su un punto: su questi processi pesa come un macigno la mancanza di una sinistra laica, un’organizzazione dei lavoratori capace di pianificare, di tracciare prospettive che vadano oltre il cessate il fuoco, di strutturare un programma che possa avere una visione laica, anticapitalista, a lungo termine e di respiro panarabo, se non addirittura internazionalista.
Perché questa escalation era, se non già scritta, quantomeno immaginabile?
È chiaro per tutti come le mire espansionistiche nei confronti dei territori palestinesi abbiano guidato il governo Netanyahu nella prima fase del conflitto. Israele è e rimane una forza di occupazione, e, seppure con caratteristiche di violenza eccezionali, la reazione che si è scatenata su Gaza all’indomani dell’attacco del 7 ottobre non differisce, per obiettivi, da altre operazioni portate avanti in passato. Il governo Netanyahu si trova però in una situazione di particolare fragilità: già diversi mesi prima dello scoppio del conflitto, gli scandali e le accuse che gravano sul Primo Ministro israeliano avevano portato in piazza decine di migliaia di persone in tutto il Paese. La tenuta del governo dipendeva in larga parte dalla capacità dell’esecutivo di rispondere rapidamente e con la massima forza possibile allo shock causato dall’offensiva di Hamas e dalla cattura degli ostaggi.
Nonostante l’atrocità della risposta militare israeliana e la ferocia che il governo ha dimostrato nei confronti dei gazawi, Netanyahu non è riuscito ad ottenere risultati tali da assicurare la sopravvivenza del proprio governo. Hamas, come accennavamo, non è stata annientata, gli ostaggi rimangono nelle mani del nemico e tanto nell’esercito quanto nella popolazione civile israeliana serpeggia un malcontento difficile da celare. In queste condizioni, l’allargamento delle basi del conflitto al Libano era una scelta quasi obbligata: il governo di Netanyahu si trova impantanato in una situazione di precarietà, alla quale può rispondere solamente alzando l’asticella delle provocazioni e proseguendo nell’uso della forza militare.
Ma allora perché, nonostante tutte le provocazioni, non stiamo assistendo allo scoppio di un conflitto più generalizzato?
Per rispondere a questa domanda, dobbiamo fare una precisione importante: apparentemente, potremmo categorizzare gli attori coinvolti in questo conflitto in due fronti contrapposti – gli Stati arabi e l’ Iran da una parte e l’imperialismo occidentale dall’altra, ciascuno con i proprio alleati – ma è bene tenere presente che gli interessi geopolitici in Medioriente di queste forze sono solo parzialmente in contrapposizione tra loro. A guidare le scelte di questi due schieramenti, infatti, c’è un solo fattore comune – la profittabilità di questo conflitto, la sua convenienza o lo svantaggio economico e politico che ne deriverebbe.
Prendiamo il caso degli Stati Uniti: se propagandisticamente il governo americano (democratico o repubblicano che sia) avrà sempre la necessità di appoggiare l’alleato israeliano, anche finanziandolo dal punto di vista militare, una discesa in campo diretta delle forze USA è difficilmente ipotizzabile e senz’altro osteggiata dal Pentagono. Un ingaggio diretto statunitense non sarebbe sostenibile economicamente e politicamente, a partire dalle profonde spaccature nell’opinione pubblica americana, senza contare che un conflitto allargato graverebbe sugli scambi commerciali nell’area danneggiando tutti i Paesi capitalisti, in particolare quelli europei. Basti pensare a quanto accaduto con il blocco del canale di Suez da parte degli Houthi dello scorso aprile, quando i traffici mercantili, secondo il Fondo Monetario Internazionale, calarono del 63% nella prima settimana di attacchi.
Se guardiamo al fronte opposto, l’Iran ha più ragioni per evitare questa guerra che per farsene carico. Innanzitutto, il fronte interno, tutt’altro che sopito dopo gli imponenti movimenti che hanno recentemente scosso il Paese. Massoud Pezeshkian, il candidato rifomista che ha vinto le elezioni presidenziali dello scorso luglio, promette al Paese maggiore apertura in termini di diritti civili e una ricetta per portare l’Iran fuori dalla crisi economica in cui versa da anni, attraverso un avvicinamento strategico alle economie occidentali. La sua posizione è fragile quanto le sue promesse. In questo senso, quale interesse avrebbe il Paese a entrare apertamente in conflitto con una potenza imperialista?
La guerra, in ultima analisi, è sempre una questione di profitti, ma è anche la più difficile delle equazioni. Per quanto il governo di Benjamin Netanyahu possa insistere negli attacchi, troverà ancora una certa resistenza per una vera e propria reazione a tutto campo da parte del mondo arabo, né tantomeno potrà trascinare i propri alleati storici in una lenta e sanguinosa agonia, un vero e proprio bagno di sangue economico, oltre che umano.
Questo conflitto non trova sponda a livello internazionale e non può continuare ad espandersi, ma al tempo stesso non accenna a fermarsi. Perché?
Pur essendo questa una guerra imperialista, deve esserci chiaro che oggi l’imperialismo ha cambiato volto. Gli Stati Uniti non sono più nella posizione di predominio assoluto in cui si sono trovati per molto tempo, e l’alleato israeliano è ora una mina vagante fuori del loro controllo. La fragilità di questo nuovo scenario si traduce nella situazione a cui stiamo assistendo: gli Stati Uniti non possono permettersi questo conflitto, non possono correre il rischio di una nuova debacle dopo la recente disfatta subita in Afghanistan, e d’altra parte non esercitano più alcuna autorità su Israele. Il governo Netanyahu, al contrario, non può permettersi di fare un passo indietro, pena la propria stessa fine.
In questa altalena di contraddizioni, nessuno stato, nessuna organizzazione borghese – nemmeno quelle che apertamente condannano l’aggressione israeliana – sta svolgendo un vero ruolo progressista. Invocare la via diplomatica, perfino emettere mandati di cattura internazionale nei confronti dello stesso primo ministro israeliano e dei leader di Hamas, non ha alcuna ricaduta materiale sul massacro che si sta compiendo in Medioriente.
C’è un fattore, però, che deve ancora entrare in gioco: la profonda spaccatura che questo conflitto sta generando nella società israeliana. Negli ultimi mesi, decine di migliaia di lavoratori hanno lasciato Israele, innescando un meccanismo di ulteriore debolezza nell’economia del Paese. Libano e Iran hanno mostrato di saper bucare le difese israeliane, non provocando grandi danni ma costringendo l’evacuazione di decine di migliaia di israeliani che vivono vicino al confine settentrionale. La leva militare obbligatoria viene messa in discussione. Questo conflitto sta rapidamente raggiungendo il suo apice e il suo inevitabile stallo: a quel punto, le tensioni che covano nel profondo della classe lavoratrice israeliana emergeranno in tutta la loro forza, distruggendo la cortina di fumo dietro la quale si è mascherato il governo Netanyahu. È qui, crediamo, che si genererà il punto di rottura degli equilibri – e degli squilibri – che in questi anni hanno attraversato questa terra martoriata. È qui che lavoratori arabi e israeliani avranno un’occasione per ottenere ciò che la diplomazia borghese non può garantire: una pace duratura, posta su basi del tutto differenti dalle precedenti.
Perché crediamo onestamente di vedere una presa di coscienza maggiore rispetto al passato?
Mai prima d’ora avevamo assistito a un’ondata di solidarietà così generalizzata e internazionale nei confronti della popolazione palestinese. Un movimento di solidarietà perlopiù spontaneo, spesso disomogeneo e privo di direzione politica, ma genuino. Un movimento che sa quello che non vuole – il massacro di migliaia di innocenti, il rischio di una guerra globale – ma deve ancora fare molta strada per capire cosa vuole, soprattutto quando ci si interroga sulle soluzioni a questa crisi storica. E’ abbastanza evidente che la parola d’ordine di due popoli per due stati, oggi portata avanti perfino dall’imperialismo americano, sia stata completamente bruciata dalle intenzioni del governo israeliano. Tutta l’area è politicamente avvelenata di odio nazionale e religioso. Il fatto quindi che, intuitivamente, il sostegno alle popolazioni colpite da questo conflitto si associ già ad altri grandi temi – la manifestazione del 12 di ottobre di Fridays for Future ha portato in piazza anche il cessate il fuoco tra le proprie rivendicazioni, per fare un esempio su tutti, sta diventando sempre più significativo.
Per quanto cinico possa sembrare, questo conflitto ha segnato un cambio di passo in termini quantitativi e, di conseguenza, qualitativi: la tragedia è sotto gli occhi di tutti, non è più possibile nascondere lo sporco sotto il tappeto. Gaza è un invivibile e ingovernabile cumulo di macerie, e tale resterà, a monito duraturo di quanta barbarie possa derivare dalle politiche imperialiste. La popolazione palestinese non cesserà di attuare forme di resistenza diffuse in tutto il territorio, per quanto pesante possa essere il bastone della reazione che si abbatterà su di loro. E tutto questo ha già determinato un cambio nelle coscienze dei lavoratori di tutto il mondo. Ne vedremo le conseguenze con modi e tempi diversi negli Stati Uniti, in Europa e naturalmente nei Paesi arabi, dove la ferita per la sconfitta delle Primavere arabe è forse ancora aperta, ma non tanto profonda da non poter essere risanata.
La portata delle azioni militari di Israele in Medioriente, stante le attuali condizioni, è destinata ad esaurirsi. Il governo Netanyahu dovrà fare i conti con le proprie responsabilità. Tuttavia, non crediamo il giudice più severo siederà in un alto tribunale internazionale, ma nelle strade e nelle piazze della stessa Tel Aviv, nei luoghi di lavoro di Teheran, nelle scuole in Cisgiordania e a Beirut.
Vedremo un riflesso di tutto questo. Grandi salti in avanti e di nuovo passi indietro. Piccole fiamme che si accenderanno in posti diversi, facendoci solo intuire la portata dell’incendio che potrebbe propagarsi. Vedremo il movimento riprendere vigore e cercare la propria direzione.
Tra mille contraddizioni, ma lo vedremo.
