La famiglia non è sempre stata così come la conosciamo ora. Anzi, per alcune fasi storiche non è neppure corretto parlare di famiglia e lo si evince dalla strutturazione di diverse tribù ancora esistenti.

Le prime società umane si fondavano su un’organizzazione matriarcale perché i rapporti sessuali liberi non consentivano di sapere chi fosse il padre della prole. I bambini venivano cresciuti dalle donne in maniera collettiva e la divisione del lavoro fra i sessi non causava alcuna discriminazione.

Il progresso nella tecnica consentì di creare ricchezza oltre a garantire sussistenza. La possibilità di avere a disposizione cibo e oggetti in abbondanza determinarono un avanzamento delle attività degli uomini a discapito di quelle delle donne: la posizione centrale rivestita dalle madri all’interno della comunità venne surclassata in favore della produzione. Dalla nuova necessità di tramandare un patrimonio nacque dunque l’esigenza di riconoscere la prole, quindi l’istituzione della monogamia.

Se la procreazione dei figli rivestiva la prima naturale divisione del lavoro tra uomo e donna, la monogamia generò il primo antagonismo di classe tra chi produceva e chi ri-produceva, comportando l’oppressione del sesso femminile da parte di quello maschile.

Solo con l’instaurazione del sistema capitalistico si pongono le basi per un primo superamento di questo scontro, poiché la donna viene reinserita nel processo produttivo dopo migliaia di anni di esclusione e reclusione. Non è un caso che la conquista di diritti fondamentali come divorzio o aborto avvengano già nella società contemporanea: entrando in fabbrica, la donna torna ad essere pari all’uomo nel processo produttivo, quindi meno disponibile alla sottomissione familiare.

Ciò che il capitalismo non è in grado di reintrodurre, però, è il carattere pubblico dell’amministrazione domestica: la donna mantiene il proprio ruolo di serva pur partecipando alla produzione. Oltre alla contraddizione capitale-lavoro, subisce anche la contraddizione famiglia-lavoro, per cui affianca allo sfruttamento della borghesia anche lo sfruttamento della famiglia.

 L’oppressione della donna, dunque, non è sempre esistita. E’ un fenomeno che compare congiuntamente alla divisione della società in classi e scomparirà del tutto abolendo lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Ciò non vuol dire che le donne debbano attendere il socialismo per avere giustizia, tutt’altro. La lotta contro il maschilismo e il patriarcato va condotta quotidianamente perché già oggi è possibile accrescere le condizioni di vita delle lavoratrici e delle loro figlie.

Il movimento femminile, però, non può accontentarsi di vivere meglio in una società di sfruttati: la sua ambizione deve puntare più in alto. Come parte integrante e maggiormente sfruttata del movimento operaio, la donna lavoratrice può giocare un ruolo da protagonista nell’abbattimento del capitalismo e deve convogliare in questa lotta tutta la sua forza e la sua intelligenza.

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