La repubblica è ora la parola d’ordine di lotta ufficiale. Ma lo sviluppo della rivoluzione ributterà sotto le insegne della monarchia non solo le frazioni conservatrici e liberali delle classi dirigenti, ma anche le loro frazioni repubblicane. Durante gli avvenimenti rivoluzionari del 1854, Cànovas del Castillo scrisse: “Cerchiamo di mantenere il trono, ma senza la camarilla che lo disonora”. Oggi la stessa idea è sostenuta da Romanones e dagli altri. Come se in genere e soprattutto in Spagna, fosse possibile una monarchia senza camarilla!…
Una situazione tale da costringere le classi possidenti a sacrificare la monarchia per salvare se stesse (esempio: la Germania!) non è esclusa. Ma ci sono molte possibilità che la monarchia madrilena sopravviva, sia pure con gli occhi pesti, sino alla dittatura del proletariato. La parola d’ordine della repubblica, naturalmente, è anche una parola d’ordine del proletariato. Ma per esso non si tratta solo di cambiare un re con un presidente, ma di una radicale epurazione di tutta la società dalle immondizie del feudalismo. Qui appare in primo piano la questione agraria. I rapporti esistenti nelle campagne spagnole presentano un quadro di sfruttamento semifeudale. La miseria dei contadini, soprattutto in Andalusia e in Castiglia, il giogo dei proprietari feudali, dei potentati e dei cacicchi hanno già spinto più di una volta i braccianti e i contadini poveri a manifestare apertamente la loro indignazione. Ciò significa forse che è possibile in Spagna, sia pure con una rivoluzione, liberare i rapporti borghesi dai rapporti feudali? No, significa solo che, nelle condizioni della Spagna, il capitalismo può sfruttare i contadini solo in una forma semifeudale. Rivolgere l’arma della rivoluzione contro le sopravvivenze del Medioevo spagnolo vuol dire rivolgere l’arma contro le radici stesse della dominazione borghese. Per strappare i contadini al particolarismo e all’influenza reazionaria, il proletariato ha bisogno di un chiaro programma democratico rivoluzionario. La mancanza di terra e di acqua, l’asservimento per mezzo dell’affitto pongono recisamente il problema della confisca delle proprietà terriere private a vantaggio dei contadini poveri. I carichi fiscali, gli insopportabili debiti dello Stato, il brigantaggio burocratico e le avventure africane pongono la questione del governo a buon mercato che non può essere assicurato dai proprietari dei latifondi, né dai banchieri o dagli industriali, né dalla nobiltà liberale, ma solo dagli operai. L’egemonia del clero e le ricchezze della Chiesa impongono un compito democratico: separare la Chiesa dallo Stato e disarmarla restituendo al popolo le sue ricchezze. Anche gli strati più superstiziosi dei contadini appoggeranno queste misure decisive, quando si saranno convinti che le entrate di bilancio che andavano sinora alla Chiesa e le ricchezze della stessa Chiesa non andranno, dopo la secolarizzazione, nelle tasche dei liberali liberi-pensatori, ma saranno destinate alla fecondazione della spossata economia contadina.
Le tendenze separatiste pongono alla rivoluzione il compito democratico della autodecisione nazionale. Queste tendenze si sono accentuate e concretizzate durante il periodo della dittatura. Ma mentre il “separatismo” rappresenta per la borghesia catalana, nel suo giuoco con il governo di Madrid, solo uno strumento contro il popolo catalano e spagnolo, il separatismo degli operai e dei contadini è l’involucro della loro indignazione sociale. Bisogna fare una rigorosa distinzione tra questi due tipi di separatismo. Ma, per separare dalla loro borghesia gli operai e i contadini oppressi come nazionalità, l’avanguardia proletaria deve assumere nella questione dell’autodecisione nazionale la posizione più audace e più sincera. Gli operai sosterranno sino in fondo il diritto dei catalani e dei baschi a organizzare una loro vita nazionale indipendente nel caso in cui la maggioranza di questi popoli si pronunciasse per una completa separazione. Ciò non significa, tuttavia, che gli operai avanzati spingeranno i catalani e i baschi verso l’indipendenza. Al contrario, l’unità economica del paese con una larga autonomia delle nazionalità regionali rappresenterebbe un grande vantaggio per gli operai e i contadini dal punto di vista economico e culturale.
Un tentativo da parte della monarchia di ostacolare lo sviluppo della rivoluzione con una nuova dittatura militare non è affatto escluso. Ma è escluso un successo consistente e duraturo di un simile tentativo. La lezione di Primo de Rivera è ancora troppo fresca. Si sarebbe costretti a legare le catene della nuova dittatura sulle piaghe non ancora cicatrizzate della vecchia dittatura. A giudicare dai telegrammi, il re è certo disposto a tentare l’esperienza; cerca nervosamente il candidato adatto, ma non trova un volontario. Una cosa è chiara: l’insuccesso di una nuova dittatura militare costerebbe caro alla monarchia e al suo esponente; La rivoluzione vi trarrebbe un nuovo potente impulso. Gli operai possono dire alle classi dirigenti: “Messieurs, faites vos jeux!”.
Si può sperare che la rivoluzione spagnola salti la fase del parlamentarismo? Teoricamente non è escluso. Si può supporre che il movimento rivoluzionario raggiungerà a scadenza relativamente breve una tale forza da non lasciare alle classi dominanti né il tempo né il posto per il parlamentarismo. Tuttavia, una prospettiva simile è poco probabile. Il proletariato spagnolo, nonostante la sua eccellente combattività, non ha ancora un partito rivoluzionario da esso riconosciuto, né l’esperienza di un’organizzazione sovietica. Per di più, le schiere comuniste, poco numerose, sono divise. Non c’è un programma d’azione chiaro e accettato da tutti. Nel frattempo, la questione delle Cortes è già posta all’ordine del giorno. In queste condizioni, si deve supporre che la rivoluzione sia costretta a passare attraverso una fase di parlamentarismo.
Ciò non esclude affatto la tattica del boicottaggio delle Cortes fittizie di Berenguer, come gli operai russi hanno boicottato con successo la Duma di Bulygin nel 1905 e sono riusciti a farla fallire. La questione tattica che riguarda il boicottaggio deve essere risolta sulla base dei rapporti di forza in una determinata fase della rivoluzione. Ma anche boicottando le Cortes di Berenguer, gli operai avanzati dovrebbero contrapporvi la parola d’ordine delle Cortes costituenti rivoluzionarie. Dobbiamo smascherare senza pietà la ciarlataneria della parola d’ordine delle Cortes costituenti in bocca alla borghesia di “sinistra” che in realtà vuole solo delle Cortes di conciliazione per grazia del re e di Berenguer, a scopi di mercanteggiamento con le vecchie cricche dirigenti privilegiate. Una vera assemblea costituente non può essere convocata se non da un governo rivoluzionario in seguito a una insurrezione vittoriosa degli operai, dei soldati e dei contadini. Possiamo e dobbiamo contrapporre le Cortes rivoluzionarie alle Cortes di conciliazione: ma, a nostro avviso, sarebbe erroneo rinunciare, nella fatte attuale, alla parola d’ordine delle Cortes rivoluzionarie.
Sarebbe dottrinarismo del tutto sterile e pietoso contrapporre la parola d’ordine della dittatura del proletariato agli obiettivi e alla parola d’ordine della democrazia rivoluzionaria (repubblica, rivoluzione agraria, separazione della Chiesa dallo Stato, confisca dei beni ecclesiastici, indipendenza razionale, assemblea costituente rivoluzionaria). Prima di conquistare il potere, le masse popolari debbono riunirsi attorno a un partito rivoluzionario dirigente. La lotta per la rappresentanza alle Cortes in questa o fa quella fase della rivoluzione può facilitare immensamente l’assolvimento di questo compito.
La parola d’ordine dell’armamento degli operai e dei contadini (creazione della milizia operaia e contadina) deve acquistare inevitabilmente nel corso della lotta un’importanza sempre maggiore. Ma, nella fase attuale, anche questa parola d’ordine dev’essere legata strettamente alle questioni della difesa delle organizzazioni operaie e contadine, della rivolta agraria, della libertà delle elezioni e della tutela del popolo contro: pronunciamientos reazionari.
Un programma radicale di legislazione sociale, in particolare l’assicurazione sulla disoccupazione, il trasferimento dei carichi fiscali sulle classi possidenti, l’insegnamento generale gratuite – tutte queste misure e altre simili, che non infrangono ancora la cornice della società borghese, devono essere iscritte nel programma del partito proletario. Contemporaneamente bisogna avanzare sin d’ora rivendicazioni di carattere transitorio: nazionalizzazione delle ferrovie, che in Spagna sono tutte proprietà privata; nazionalizzazione delle banche; controllo operaio sull’industria; infine, regolamentazione dell’economia per opera dello Stato. Tutte queste rivendicazioni sono legate al passaggio dal regime borghese al regime proletario: preparano questo passaggio per dissolversi, dopo la nazionalizzazione delle banche e dell’industria, nell’insieme di misure di un’economia organizzata che ponga le premesse della società socialista. Solo dei pedanti possono scorgere una contraddizione nella combinazione di parole d’ordine democratiche, di parole d’ordine transitorie e di parole d’ordine nettamente socialiste. Un simile programma combinato che riflette la struttura contraddittoria della società storica, deriva inevitabilmente dai compiti lasciati in eredità dal passato. Ridurre tutte le contraddizioni e tutti i compiti a un denominatore comune – la dittatura del proletariato – è un’operazione necessaria, ma niente affatto sufficiente. Anche se si fa un passo avanti e si suppone che l’avanguardia proletaria si sia già resa conto che solo la dittatura proletaria può salvare la Spagna dalla disgregazione, il compito preliminare, ovvero il raggruppamento attorno all’avanguardia degli strati eterogenei della classe operaia e delle masse lavoratrici delle campagne, ancora più eterogenee, sussiste ancora in tutta la sua ampiezza. Contrapporre semplicemente la parola d’ordine della dittatura del proletariato ai compiti storici che spingono oggi le masse sulla via dell’insurrezione, significherebbe sostituire a una concezione marxista della rivoluzione sociale una concezione bakuniniana. Sarebbe il miglior modo per perdere la rivoluzione. È inutile dire che le parole d’ordine democratiche non hanno affatto come scopo un riavvicinamento del proletariato alla borghesia repubblicana. Al contrario, gettano le basi per la lotta vittoriosa contro la borghesia di sinistra, consentendo di smascherarne a ogni passo la natura antidemocratica. Più la lotta dell’avanguardia proletaria per le parole d’ordine democratiche sarà audace, risoluta e spietata, più rapidamente conquisterà le masse e minerà le basi dei borghesi repubblicani e dei socialisti riformisti, e più sicuramente gli elementi migliori si schiereranno al nostro fianco, più rapidamente la repubblica democratica si identificherà nella coscienza delle masse con la repubblica operaia. Perché una formula teorica correttamente concepita divenga una viva realtà storica, bisogna farla penetrare nella coscienza delle masse tramite la loro esperienza, i loro bisogni, le loro esigenze. Per questo non bisogna disperdere l’attenzione delle masse, ma concentrare il programma della rivoluzione in un numero limitato di parole d’ordine chiare e semplici e mutarle secondo la dinamica della lotta. In ciò consiste la politica rivoluzionaria.
