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Questa estate le borse di tutto il mondo hanno subito profondi scossoni. Nel giro di poche ore, a inizio agosto, sono letteralmente crollate. La Banca del Giappone ha perso il 12% del proprio valore, vedendo molti investitori americani ed europei dileguarsi. A Wall Street aleggiava nuovamente lo spettro di Lehman Brothers e di una pesante recessione. Superficialmente, la ragione di questo panico è da additare ai dati occupazionali americani, apparentemente sobri: una disoccupazione al 4.3% rispetto al 3.4%; 114mila nuovi posti di lavoro rispetto ai 179mila previsti.
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Le borse seguono le regole del branco. Quando sentono la tempesta avvicinarsi, molti animali cominciano a fuggire. Gli investitori di borsa si comportano allo stesso modo, quando avvertono l’arrivo di una tempesta speculativa o di una recessione. Le borse di tutto il mondo hanno avvertito che dietro il modesto rallentamento dell’occupazione americana si celano problemi molto più profondi, reagendo di conseguenza. Il crollo di inizio agosto è rientrato rapidamente. La presidente della Federal Reserve americana, Jerome Powell, si è affrettata a rassicurare i mercati ed ha immediatamente promesso un taglio dei tassi di interesse. Ha dato la medicina ai tossici che ne mendicano: al capitale rimane solo la leva monetaria, ma funziona sempre meno.
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In effetti la speculazione di borsa è costretta, alla lunga, a seguire i meccanismi di produzione reale. Il capitalismo non può vivere di sola speculazione. Come spiegava Marx nel Capitale, pur tra mille deviazioni temporanee il suo ciclo segue complessivamente lo schema Denaro-Merce-Denaro: investire nella produzione per accumulare profitto. La speculazione di borsa rappresenta un sogno: produrre denaro dal denaro senza sporcarsi le mani con la produzione. Per il capitalismo rappresenta uno stupefacente a doppio taglio: permette grandi guadagni al costo di grandi fragilità.
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L’enorme mole di denaro pubblico che è stato iniettato nel sistema dalla crisi del 2008 e dopo la pandemia del 2020 ha generato inflazione. A dispetto di quanto affermino i giornalisti borghesi, i salari non c’entrano nulla. La perdita di potere d’acquisto del denaro non dipende da quanto i padroni investono in salari. Se questi aumentano, i prezzi aumentano semplicemente per garantire un ritorno agli industriali. Banalmente, i lavoratori lottano per aumentare i loro salari perché i prezzi salgono, non il contrario. Si calcola che i debiti che la BCE non è riuscita ad assorbire dopo 4 anni di Quantitative Easing, cioè di acquisto pubblico del debito privato, ammonti a 3600 miliardi di euro. Una cifra astronomica che ci dice realmente cosa si celi dietro la crisi borsistica di agosto. 1
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Il problema principale del capitalismo oggi è l’immensa mole di debiti su cui poggia. Abbassare il costo del denaro tagliando i tassi di interesse può dare un sollievo, che è sempre più temporaneo. La FED e la BCE speravano che mantenendo alto il costo del denaro, l’inflazione scendesse. E’ scesa ma non abbastanza ed ora questo prezzo del denaro deve scendere, altrimenti gli scambi commerciali dei principali paesi capitalisti, come l’Italia, si strozzerebbero: non si riesce a vendere con un euro o un dollaro così forte.
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Come ammette anche il Bollettino estivo della Banca d’Italia, non ci si aspetta che il PIL mondiale cresca più del 2%. Il capitalismo mondiale è retto dal terziario e poco dalla produzione, perchè i mercati sono ancora saturi. Il rallentamento del settore manifatturiero è particolarmente evidente in Europa, ma anche potenze regionali come la Cina non registrano una crescita in linea con le previsioni degli analisti borghesi. Parallelamente, il costo di energia e materie prime continua la sua crescita a livello globale. Neanche l’unico settore investito da una corposa bolla speculativa, quello tecnologico, potrebbe in definitiva essere del tutto al riparo dal rischio di recessione. E’ precisamente da questa generale fragilità che discende la preoccupazione di Stati Uniti e Unione Europea per la situazione in Medio Oriente e la condotta di Israele nella Striscia di Gaza. Una guerra generale farebbe schizzare il prezzo del petrolio, delle materie prime e renderebbe profondamente instabile l’approvvigionamento di materie prime da metà del mondo. Si pensi agli ostacoli che ha incontrato il commercio mondiale per la sola rivolta degli Houthi nel Mar Rosso: navi militari, portaerei, minacce, scaramucce ma alla fine i cargo di tutto il mondo erano costretti a circumnavigare l’Africa per portare le merci nei mercati europei. Per il fragile capitalismo mondiale una guerra mediorientale generale sarebbe un colpo molto duro, che la trascinerebbe in quella recessione che tutti si stanno sforzando di scongiurare.
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Secondo la banca d’investimenti JP Morgan Chase, le probabilità di una recessione mondiale sono del 35%. Il presidente della FED, Jerome Powell, a fine agosto ha dato inizio a un nuovo processo di taglio dei tassi di interesse che, abbassando il costo del denaro, probabilmente cercherà di innescare una nuova bolla speculativa. Il capitalismo non può che vivere sempre della propria malattia. In ogni caso, una recessione avrebbe effetti devastanti sull’Italia, di cui si stima una crescita inferiore all’1% nei prossimi due anni. Questo scenario generale spiega perfettamente perchè soltanto gli industriali godranno di questa modesta e temporanea ripresa: perchè si tratta di una crescita alimentata attraverso un meccanismo monetario sempre più forzato. Non inciderà sulla domanda e quindi non svuoterà i magazzini: sarà quasi sostanzialmente inutile. 2
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E’ superfluo sottolineare che l’industria bellica, insieme a quella tecnologica, è l’unica vera altra beneficiaria di questa piccola crescita distorta che cresce all’ombra di una possibile recessione. La guerra è un affare molto profittevole: si fa per creare affari più grandi, cioè mercati. Semplicemente, sulla stampa questi affari vengono chiamati “interessi nazionali”. Tutti i principali paesi imperialisti si stanno riarmando. La spesa militare globale è cresciuta del 3.7%. I membri della NATO si stanno adeguando per spendere il 2% del PIL in armi. L’Italia non è da meno: il bilancio della difesa supererà i 29 miliardi, con una crescita del 5.1% e non è ancora abbastanza. Per quanto profittevoli gli investimenti bellici nel contesto attuale non possono trainare l’economia, è semmai un investimento per il futuro. Gli industriali italiani lo sanno bene e, se seguono con apprensione quanto sta accadendo in Medio Oriente, cominciano a spingere per una tregua in Ucraina per tuffarsi dentro la ricostruzione. Lo dimostra l’importanza data ai colloqui tra Zelenski e Meloni. Lì sì che si fanno i veri affari: quello che si distrugge in un giorno, può essere ricostruito in anni. 3
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La tempesta si avvicina e la nostra borghesia vi sta andando a occhi bene aperti e timori molto alti. Ogni increspatura nell’andamento del capitalismo mondiale può provocare una crisi, come avvenuto nelle borse di tutto il mondo quest’estate. Lo scontro tra potenze imperialiste si sta facendo sempre più aspro e le questioni politiche ed economiche si condizionano vicendevolmente. La modesta crescita a cui abbiamo assistito è il prodotto di immensi fiumi di denaro pubblico e di tentativi di creare una nuova bolla speculativa: non libererà nuovi mercati. L’unico modo che il capitalismo conosce, in mancanza d’altro, è distruggere tutto.
